Cutrettola

   

 



Creative Commons License
This work is licensed under a Creative Commons Attribution 2.5 License.Questo blog non è da considerarsi un prodotto editoriale ai sensi della legge n. 62 del 7.03.2001
link
Albe
Ally
Argonauti
Briula
Camogli
Carmilla
Contenebbia
Crazycoloncafè
Edera
Educare.it
Educazione e scuola
Every blog
Fuoridiclasse
Golem
Idakrot
Il forum de "Il faro della vita"
Il forum degli studentidipsicologia
Il forum di Letture al femminile
Il forum di opsonline
Il forum di Psiconline
il forum di sara
Il sito di leo (scuola)
Indice
Letteratura
Liber liber
Malricci 1
Malricci 2
marietta
mestierediscrivere
Mosche volanti
Muntu
Naddia
nedda
noircafe
pedagogia: i due blog
Pedagogika
Prometeo
psychoanalysis
Racconti
raccontioltre
Sabina Guzzanti
Scrittura creativa
Sinestesie
Storia moderna
Tiscali blog
viaggi di alex
il mio archivio
oggi
luglio 2009
marzo 2009
gennaio 2009
novembre 2008
ottobre 2008
settembre 2008
agosto 2008
luglio 2008
giugno 2008
maggio 2008
aprile 2008
marzo 2008
febbraio 2008
gennaio 2008
dicembre 2007
novembre 2007
agosto 2007
luglio 2007
giugno 2007
maggio 2007
marzo 2007
febbraio 2007
gennaio 2007
dicembre 2006
novembre 2006
ottobre 2006
settembre 2006
agosto 2006
le mie categorie
adozione
affido
amore
auguri
belli
emozioni psiche
fatti&misfatti
film libri musica
hobbies
io&glialtri
scuola
senza il pollice verde
sfiga
societĂ 
tivvĂą&blog&altrimedia
universitĂ 
vita
counter
*loading* visite



domenica, 01 giugno 2008
 

Annemarie

Eutanasia di un'icona
di Melania Mazzucco




(Il Sole24ore)


Il 23 maggio del 1908, in una dimora patrizia di Zurigo, nacque Mina, terzogenita di Alfred Schwarzenbach e di Renée Wille. Col nome di Annemarie, sarebbe diventata – nonostante o a causa della sua morte ad appena 34 anni – una delle più singolari scrittrici svizzere del '900. A cento anni dalla nascita, la sua città le rende omaggio con una mostra intima e toccante, intitolata "Eine Frau zu Sehen", dal titolo di un suo racconto pubblicato per la prima volta quest'anno (Kein & Aber, 12,90). Scritto nel 1929, rimase inedito a causa della tematica, esplicitamente lesbica. Smarrito fra i manoscritti dell'archivio, è stato rinvenuto da Alexis Schwarzenbach, pronipote della scrittrice, curatore della mostra e autore anche del catalogo, "Auf der Schwelle des Fremden"(Rolf Heyne, 58,00), un volume ricchissimo di documenti e fotografie, forse definitivo per la biografia della scrittrice. La mostra al Museum Strauhof di Zurigo chiude oggi, ma andrà in tournée in altre città europee: speriamo che qualche istituzione svizzera vorrà portarla anche in Italia.
Si tratta di un itinerario affascinante in una vita intensa, ricostruita stanza dopo stanza attraverso centinaia di oggetti, filmati, libri, diari e fotografie. Il visitatore viene accolto da un abito brilluccicante, sospeso al soffitto: il costume del Cavaliere della Rosa che Annemarie, a quattordici anni, indossò per una recita di famiglia. Appassionati di musica, i suoi genitori – industriale della seta il padre, discendente del cancelliere von Bismarck la madre – erano infatti dei mecenati, che trasformarono la loro principesca villa sul lago di Zurigo in un sorta di teatro. Fin dall'infanzia, per volontà della madre Renée, la bambina (occhi grigi, capelli chiari, corpo snello, espressione sempre imbronciata) assunse un'identità maschile: come testimoniano alcune letterine qui esposte, si firmava Fritz. Ma fu appunto nei panni di Ottaviano, il Cavaliere della Rosa di Strauss, che Annemarie esibì per la prima volta pubblicamente la propria conturbante bellezza androgina. E quella maschera maschile, assunta inizialmente per compiacere la madre divenne con gli anni la sua più vera identità. Cresciuta tra collegi esclusivi, i privilegi dell'alta società e vacanze nei grandi alberghi di tutta Europa, Annemarie sviluppò una passione imprevista dalla sua famiglia: la scrittura. Diventare una scrittrice divenne il sogno e l'ossessione della sua vita. La madre l'avrebbe voluta almeno apparentemente conformista: lottò contro la figlia fino alla morte di lei. Annemarie trovò un'altra famiglia nei Mann, legando il proprio destino a quello dei figli di Thomas, l'attrice Erika e lo scrittore Klaus.
Del tentativo di Annemarie di trovare un punto fermo nella professione di archeologa, la mostra offre qualche reperto. Di un'esistenza via via più sradicata testimonia invece il passaporto: logoro e sfregiato da visti e timbri. Della sua breve ma fortunata carriera di fotoreporter testimonia una stanza intera, tappezzata di fotografie dall'Asia, dall'Africa, dall'Europa e dall'America, accompagnata da brevi frammenti dei suoi testi. Della sua torturante dipendenza dalla droga, invece, solo due fotografie sfocate scattate a Parigi nel 1936.
Al piano di sopra c'è poi una stanza bianca, che riassume le molte stanze delle cliniche e dei manicomi in cui dal 1935 Annemarie fu rinchiusa o si rinchiuse per curare la depressione, la dipendenza dalla droga, lo smarrimento esistenziale. Lungo i muri scorrono le perizie psichiatriche dei numerosi medici che si occuparono di lei: documenti finora inediti, perché accessibili solo ai familiari. E proprio in questa stanza il lettore e lo studioso della Schwarzenbach hanno la possibilità di rivivere e provare a decifrare i suoi ultimi due misteriosi e assurdi mesi di vita.
Annemarie lasciò il Congo nel marzo del 1942. Rientrò in Europa, diretta in Engadina, dove aveva deciso di acquistare una casa e stabilirsi per sempre. Il giorno del suo rientro, la madre cadde da cavallo e batté la testa. Annemarie andò a trovarla all'ospedale di Horgen. I rapporti fra madre e figlia si erano interrotti quando Renée l'aveva scacciata appena un anno prima: si riconciliarono. In Engadina Annemarie trascorse l'estate a scrivere. Era serena, anche se provata, come dimostra la fotografia che inviò alla sorella il 31 agosto. Il 6 settembre, mentre scendeva a Silvaplana, cadde dalla bicicletta: batté la testa e rimase tre giorni in coma. Al suo risveglio era molto confusa e agitata. Il fratello e il medico decisero di mandarla nella clinica di Prangins, dove era già stata ricoverata sei anni prima per un sospetto di schizofrenia. Fu l'inizio di un calvario in cui stupidità, incompetenza e crudeltà si sommarono con esiti fatali. I medici dissero che la confusione mentale di Annemarie o era la conseguenza della botta in testa o la manifestazione di una psicosi già latente prima della caduta. Nel dubbio fu sottoposta a elettroshock e insulino-terapia, che provocava una sorta di coma artificiale. Ovviamente, non guarì. Anzi, le terapie la resero solo più aggressiva e violenta. Il direttore si convinse di dover domare la sua presunta schizofrenia con un trattamento di shock sempre più invasivi. Annemarie rimase tre settimane nella clinica: quando arrivò la madre – che non aveva mai rivisto la figlia – non poté ripartire senza di lei. «Mamma mi ha tirato fuori dall'inferno di Prangins» scrisse con grafia tremolante all'amica Annigna Godli, che abitava a Sils-Baselgia. Vedendola, la nonna rimase sconvolta e annotò nel diario: «Povera Renée! Annemarie è totalmente malata di mente! O Dio!». Il 19 ottobre Annemarie tentò di scrivere di nuovo alla sua amica Annigna. Le sue ultime righe sono un documento straziante. La calligrafia frana lettera dopo lettera, fino a diventare incomprensibile e aliena. Si legge solo: Ti prego... per favore... baci...
Da quell'oscurità non ci fu ritorno. Annemarie fu spedita a Sils-Baselgia con un'infermiera. Era assente, muta, paralizzata, non parlava e non mangiava più. I medici continuavano a interrogarsi sulle cure adatte al suo strano male. Un fitto carteggio corse per tutta la Svizzera. Il 5 novembre il medico chirurgo Paul Gut riferì al collega Schindler la terapia concordata con la famiglia: «Il programma è così riassunto: eutanasia».
Il terribile documento è appeso alla parete. Su quella accanto scorrono ininterrottamente le immagini dei filmini di famiglia, girati da Reneé Schwarzenbach nel 1929. Annemarie, ventunenne, in sottoveste, danza per la madre, poi si inclina all'indietro. Sembra che stia cadendo, e invece sta solo facendo il "ponte". La stessa donna che la filmava con occhio innamorato autorizzò la terapia del dottor Gut. Annemarie morì il 15 novembre 1942.
31 maggio 2008


venerdì, 25 gennaio 2008
 



"Nessun uomo è un'isola, intero per se stesso. Ogni uomo è un pezzo del continente, una parte della terra. Se una zolla viene portata dall'onda del mare, l'Europa ne è diminuita, come se un promontorio fosse stato al suo posto, o una magione amica, o la tua stessa casa. Ogni morte di uomo mi diminuisce perché io partecipo dell'umanità. E così non mandare mai a chiedere per chi suona la campana: essa suona per te." John Donne


Io credo di essera affetta da qualcosa che è imparentata,più o meno alla lontana, con la Sindrome di Asperger. Riconosco in me comportamenti simil-autistici: sono evitante rispetto alle relazioni sociali, sento tutto il peso delle difficoltà di comunicazione con gli altri, adoro rifugiarmi nel conforto delle mie quattro mura di casa dove posso finalmente riprendere e seguire il filo dei miei pensieri e abbandonarmi alle mie passioni e ai miei interessi.
La settimana lavorativa è davvero faticosissima e non tanto per le mansioni che mi richiede, che anzi rappresentano l'aspetto più divertente, quello dal quale posso trarre un minimo di gratificazioni . La settimana lavorativa è faticosissma per la quantità di "rapporti" cui mi espone. Vedo quotidianamente un'alta  quantità di persone e tutti quei contatti con le loro richieste sono concentrati in 5 ore : in 5 ore vedo 50 bambini e 6 colleghe di team con cui lavoro a stretto contatto,  vedo altre 20 colleghe circa con cui a volte mi sfioro soltanto, a volte devo risolvere questioni, affrontare richieste e dare risposte o prendere decisioni in breve tempo; devo dosare le energie a evitare di "calarmi" troppo in qualche cosa e rimanere a secco di forze per un'altra cosa; devo affrontare conversazioni o scambi con persone che spesso non hanno tempo per ascoltare e che vogliono risposte rapide, concise e pertinenti...e per me, che tendo a "sviluppare" il mio punto di vista, è davvero un problema..
Soffro molto per la sensazione di non riuscire ad entrare in "comunicazione" distesa con l'altro..ho sempre l'impressione di essere una corda stonata in un coro più o meno armonico. E questo non perchè io percepisca romanticamente me stessa come una persona ricca di contenuti che la sordità del mondo non ascolta o non ha la sensibilità di comprendere (come mi pare invece sia il caso del bambino protagonista del film di Truffaut della foto che è spuntata quando ho cercato su goggle "incomunicabilità") .Credo che invece dipenda da un mio egocentrismo, da un'eccessiva attenzione ai miei moti interiori e a una eccessiva tendenza all'autoreferenzialità che comporta come conseguenza quella di sentire un certo scostamento verso chi riesce maggiormente a modulare se stesso con l'altro, e non importa in che modo o per che fine.

Sto seguendo, in questo periodo, un corso sulla "disabilità e l'integrazione" e sento tutto il peso emotivo della casistica clinica che viene presentata e nella quale, come evidente, finisco col rintracciare parti di me; ma sento anche la difficoltà dell'immedesimarsi nell'altro non più per identificazione ma come polo di una relazione in cui io devo capire e aiutare..
postato da ellea | 21:34 | commenti (3)
vita, emozioni psiche


giovedì, 17 gennaio 2008
 

Slurp




Che la cioccolata sia un valido aiuto nei momenti di tristezza fa parte dell'esperienza comune, ma il suo valore antidepressivo ha basi neurofisiologiche, in quanto la presenza di alcune sostanze psicoattive (teobromina, caffeina, fenilalanina e tiroxina) spiegherebbe l’efficacia del cioccolato nel contrastare stati di ansieta' e di depressione, nell’indurre sensazioni di piacere, benessere fisico e psichico, nell’aiutare a riconquistare l'autostima perduta, nel farci recuperare felicita' e benessere e nel farci aumentare la capacita' lavorativa.

Alcune ricerche hanno portato alla conclusione che chi soffre per amore tende a nutrirsi di cioccolato perche' in esso si trova la stessa sostanza chimica che il cervello produce quando ci innamoriamo e il cioccolato prolunga lo stato di benessere che viviamo quando siamo innamorati. La serotonina libera invece le endorfine migliorando il tono dell'umore ed arginando gli stati depressivi.
Ad avvalorare questa tesi, ricordiamo che i farmaci antidepressivi di ultima generazione innalzano i livelli di serotonina cerebrale. Un recente studio associa l'azione della cioccolata addirittura a quella della marijuana, e per esser precisi del suo principio attivo, il tetraidrocannabinolo (Thc), che avrebbe un suo equivalente naturale nel nostro cervello, un neurotrasmettitore chiamato anandamide, collegato a forti sensazioni di benessere, picchi di euforia e alterazione della cognizione del tempo.

Quali sono le condizioni psico-fisiche, in cui si fa piu' ricorso all’uso (e/o abuso) di cioccolata?
Una e' rappresentata da forma di depressione atipica detta disforia isteroide, caratterizzata da frequenti episodi di umore depresso (per senso di inadeguatezza o sentirsi respinti socialmente) che culmina in veri e propri attacchi bulimici per i dolci e il cioccolato. Inoltre, in alcune sindromi premestruali, o nel disturbo affettivo stagionale, i soggetti presentano ipersonnia, letargia e aumento dell'appetito predilegendo carboidrati e cioccolato. La cioccolata agirebbe da catalizzatore, facilitando la produzione di endorfine, un gruppo di oppioidi prodotti naturalmente dal cervello, con un'azione simile a quella della morfina, stimolando le sensazioni di euforia ed attenuando il dolore.

Detto cio', corre pero' l’obbligo di citare altri studi dai quali si ricava una informazione assolutamente in controtendenza. Infatti, secondo altri studiosi, non vi sarebbe nessuna prova scientifica degli effetti della cioccolata contro l'umore nero mentre sarebbe addirittura piu' probabile che venga associata a un prolungamento dello stato d'animo negativo, piuttosto che a superarlo.

Cioccolato e dipendenza
Il cioccolato e' uno degli alimenti piu' irresistibili e desiderati capace di dare una vera e propria dipendenza, definita come una totale incapacita' di resistere: il "cioccotossico" non riesce a fermarsi e la quantita' che consuma, e' di gran lunga superiore alla media (quattro o cinque volte superiore a quella del resto della popolazione). Se ne consuma senza controllo, per migliorare l’umore, per vincere la depressione. An­che se appagati da gusto e olfatto, spesso pero', si accompagna un forte senso di colpa dopo l’assunzione. Le sostanze chimiche da sole, a queste quantita', non sarebbero pero' in grado di determinare processi di dipendenza chimico-farmacologica, quindi deve esistere una dipendenza di tipo psicologico, che viene scatenata da vari processi:
Il cioccolato presenta una co-presenza di opposti: puo' essere solido e liquido, chiaro e scuro, dolce e amaro e cio' e' in grado di dare l’idea di un piacere totale e quindi piu' gratificante;
Solitamente la cioccolata viene associata a occasioni di festa, e, comunque a momenti positivi di emozionalita' familiare, a significati materni di protezione, ma anche a emozioni molto forti legate alla sensualita'.

Cioccolato come afrodisiaco?
Non e' stato mai scientificamente provato che possegga qualita' afrodisiache di per se', ma lo diventa in base alle attese che suscita, per la cura nella preparazione e la presentazione, per il clima che attorno riesce a creare! Allora subentra l'alchimia, attraverso la stimolazione di tutti i sensi coinvolti… E che dire di fantasie su corpi cosparsi di creme al cioccolato… Per chi vuol approfondire il tema suggerisco un libro scritto da Langham Murray Cioccolatoterapia: la nuova via ai segreti del vostro intimo io in cui si propongono interessanti interpretazioni psicologiche del nostro rapporto con questo “sostanza”, mettendo in evidenza che a seconda delle preferenze, emergono aspetti della personalita', magari a seconda della scelta per questa o quella forma, per un ripieno o un altro, e il modo in cui ci troviamo a giocare con la stagnola…
C’e' infine chi parla di “cioccolato-terapia”e considera un cioccolatino al pari di una coccola, perche' questo e' uno dei pochi cibi che da alle persone un profondo senso di benessere, fornendo una gratificazione molto simile a quella sessuale. Il problema del consumo di cioccolata dunque non e' poi cosi' grave: forse a pensarci e' solo legato alla dieta e a qualche eccessivo e ingiustificato senso di colpa.

www.lapelle.it/beauty/articoli/cioccolato_psicologia.htm

 

postato da ellea | 22:35 | commenti (2)
vita


venerdì, 11 gennaio 2008
 

Cuori di cuccioli




Oggi A.. ha lasciato la sua classe e da domani mattina frequenterà una nuova scuola.
Prima delle vacanze ci aveva accennato a questa eventualità che si è venuta a prospettare perchè  lui  e la sua famiglia hanno da poco cambiato casa e si sono trasferiti in un quartiere diverso da quello a cui appartiene la mia scuola. Quel quartiere è sufficientemente distante da rendere impossibile allo scuolabus di cambiare il percorso abituale seguito finora. I genitori, a dire il vero, hanno battagliato perchè questo cambiamento non avvenisse e si sono rivolti agli "addetti" , hanno litigato e brigato, ma la soluzione non si è trovata.

Il fatto è che la vita pratica con le sue spietate esigenze non dà certo conto alle ragioni della vita affettiva ed emotiva, nè le urgenze cui è sottoposta la vita degli adulti dà loro modo di predisporre, sempre, le cose in modo da tale da tenere conto delle esigenze dei bambini e di prepararli alle strattonate  che devono affrontare contro la loro volontà. Stamani è stato all'improvviso che  il padre di A.. è arrivato e ci ha detto :"Sono venuto a prendere A., devo protarlo via adesso perchè dopo devo rientrare a lavoro, ma io sono innanziutto passato per  avvertirvi che A. da domani cambia scuola". Noi, insegnanti, siamo rientrate in classe, abbiamo chiamato A. e abbiamo dato a lui e ai suoi compagni, il tempo per salutarsi.
A. e F, l'uno indiano e l'altro polacco, si stringono in un abbraccio sincero e commosso e piangono. Era un pianto profondo e davvero disperato, rimanevano attaccati l'uno all'altro, e giù lacrime e singhiozzi. Il nostro mondo di adulti non ha tempo di considerare quanto veri, autentici e intensi possano essere i sentimenti di amicizia tra bambini. Ma forse ancora più profonda e intensa era quella tra questi due bambini , già strappati dalle loro case, dalla loro terra per le esigenze e le urgenze delle loro famiglie e che si erano trovati insieme in  questa classe scoprendo, forse senza nemmeno il bisogno di spiegarselo più di tanto, di avere molto in comune.
postato da ellea | 21:21 | commenti (1)
amore, vita, scuola


lunedì, 31 dicembre 2007
 

Propositi per l'anno nuovo



.Diventare più ordinata

Vorrei riuscire a tener in ordine la mia scrivania, i quaderni su cui preparo le lezioni, i raccoglitori dove raduno schede, griglie , ecc.; la mia casa, i miei armadi, la mia persona.

Penso che essere ordinati significhi essere andati a fondo, aver fatto chiarezza,aver affrontato il caos ed essere riusciti a dargli un senso piuttosto che rimanervi immersi fino al collo.


.Mettere più energia

..nelle cose che faccio : la scuola, l'analisi, le relazioni, per esempio. Penso che convogliare energie nei vari campi della propria esistenza significhi valorizzarsi, e dar valore a ciò di cui ci si  interessa.La scuola l'ho sempre considerata come un ripiego, un mezzo per raggiungere altri fini...tutto sommato la vedo ancora così, però accetto che in questa fase della mia vita sia  di scuola che mi occupo e vorrei riuscire a riversarvi le mie migliori energie dato che ho la fortuna di lavorare , da quest'anno, in un buon contesto.

.Rifare il divano della sala

è un vecchio divano di famiglia che casca a pezzi e, a momenti,  farà cadere anche me.Però ha una linea così essenziale e regolare, è così minimalista che ho finito col preferirlo su tutti i divani che ho visto in giro.Ora si tratta di trovare la stoffa e il tappezziere...

.Prendere un cane?

E' un proposito da punto interrogativo perchè son troppe le variabili da considerare, prima e seriamente.Però, in effetti, ora che non sono più una pendolare e ho la scuola a cinque minuti da casa, l'evenutalità-cane posso vagliarla con una certa serietà.

Ecco, poche cose, a scongiurare delusioni che giungono inevitabili quando le aspettative sono troppo alte...
postato da ellea | 20:27 | commenti (5)
vita, auguri


lunedì, 24 dicembre 2007
 

Strategie natalizie



Come sopravvivere alla vigilia di Natale...

Primo: svegliarsi con molta calma, magari aprendo un occhio verso le nove e mezzo e arrivare ad essere pronti, lavati, colazionati e vestiti non prima delle 11 mentre,nel frattempo, il resto del mondo si è riversato per le vie cittadine alla spasmodica ricerca del modo migliore di spendere soldi.

Uscire di casa non prima di mezzogiorno e un quarto/mezzogiorno e mezzo e muoversi rigorosamente in bicicletta, mentre il resto del mondo è paralizzato in interminabili ingorghi.

Dare una sbirciatina nella propria libreria preferita, a quest'ora ancora aperta ma non più troppo affollata, per comprarsi un regalino autogratificante (ndr Umiliati e offesi di Dostoevskij e David Copperfield di Dickens) che fa tanto "mi voglio bene", spendendo per sè i soldi che il resto del mondo ha dilapidato in regali "dovuti" per reverenza agli obblighi sociali...

Prendere, non prima delle 13.20,  l'auto per andare a fare un minimo di scorte viveri certi di non  trovare la fila, di non doversi accapigliare per  trovare parcheggio, e di non trovare la calca al supermercato, perchè il resto del mondo si è ritirato in casa per il consueto pasto, pronto per riversarsi nuovamente per le vie cittadine a dilapidare gli ultimi centesimi invece di spaparanzarsi sul divano e vedersi "La segretaria quasi privata" con Spencer Tracy e Katherine Hepburn mangiandosi una fetta di pandoro bauli acquistato comodamente in offerta a 2.99 anzichè 7.90...

Io, per oggi, mi ritengo soddisfatta e mi appresto allo spaparanzamento mentre di lontano mi arriva il suono  dei clacson....


domenica, 23 dicembre 2007
 



Ma, è Natale?

Me ne sto accorgendo ora, oggi che è il mio primo giorno di vacanza....
Ce le farò, entro il 25, ad entrare nell'atmosfera natalizia? E,soprattutto, ha un senso per me entrare in quell'atmosfera lì?

Per ora ho avuto solo tempo di programmarmi il lavoro  che svolgerò in questi giorni di pausa scolastica. Del resto una certa concentrazione è possibile solo quando la morsa della quotidinaità rallenta.
Ho messo in calendario una visita al museo archeologico di Firenze, non solo per prepararmi meglio su egizi ed etruschi, ma anche per effettuare  una sorta di sopralluogo prima di decidere la meta della  gita scolastica..
In ogni caso un buon Natale a chiunque passi di qui, cui sarò grata se mi contagerà con un po' di spirito vacanziero
postato da ellea | 19:44 | commenti (3)
vita, auguri


venerdì, 23 novembre 2007
 

Crack



Metti che si rompa il pc e anzichè precipitarti a portarlo dal tecnico  decidi di lasciarlo lì, per traverso, come un ammasso di metallo silente.

Non hai più il mondo a portata di clic e ti scopri, piano piano , a ricordare come vivevi prima che il coso entrasse nella tua casa.E magari realizzi che avevi delle belle abitudini che il coso ti ha fatto smarrire , pur tra i mille vantaggi che ti ha regalato.
Il silenzio della casa è un silenzio di concentrazione.
Hai un quaderno davanti e ci scrivi su molto più a lungo.
E se hai un libro tra le mani lo leggi in molto meno tempo.
E ti accorgi che la sera finisci persino con l'anticipare la cena e a metterti sul divano in tempo per l'inizio del film.Realizzi di esserti d'un botto liberata dalle infinite polemiche o flame che ti eri assuefatta a leggere perchè moderi qualche forum indiavolato.
Anzi scopri sollevata, tra le e-mail, una che ti inviato l' amministratrice che,invelenita,  comunica di averti sollevata dal ruolo di moderatrice per le tua perdurante assenza: morto il pc anche l'amministratrice non esisteva più, con i tuoi clic mancati avevi distrutto  un mondo senza che quel mondo potesse farti raggiungere dal suo risentimento.
Certo, avevi perso anche contatti che valgono la pena e per i quali è valsa la pena riparare il coso.

Ti scopri a fare paralleli finendo per chiederti quale sia la verità: guardi la gente per strada e non t'inganna più. Dietro le maschere sociali, dietro quei sorrisi e quelle movenze ...che post si nasconde? Quali sono i tipi da falme infiniti? Quali comportamenti oridinari sono intepretabili come segni di una certa prepotenza o di una fine sensibilità nella scrittura sul web?


Ecco. Oggi ho ritirato la bestia verso le 18.30 ed è andata a finire che ci sono rimasta inchiodata fino ad adesso perchè avevo gli arretrati.
Speriamo si guasti al più presto
postato da ellea | 23:27 | commenti (1)
vita


mercoledì, 15 agosto 2007
 

La sfida




Non conosco bene la cultura rom. Sto cominciando ad occuparmene ora, da quando ho conosciuto a scuola i miei alunni rom  e li ho potuti osservare abbozzando un'impressione diretta , senza i filtri del sentito dire; me ne sto facendo un'idea leggendo il materiale (copioso) reperibile in internet e le riflessioni, spesso ricche di riferiementi storici precisi, che compaiono sui giornali in questo periodo, sull'onda lunga, purtroppo, dello sconcerto per la vicenda di Livorno.
Me ne sono fatta l'idea di un popolo resistente, forte, quasi cocciuto, animato da una caparbia volontà di rimanere se stesso, di custodire e trasmettere ciò che resta della propria cultura di tradizione.
In efffetti sarebbe stato più comodo per loro "omologarsi", assorbire la nostra cultura, le nostre abitudini, entrare nelle traiettorie che noi abbiamo tracciato per noi e per il resto del mondo globalizzato.Ma è più vitale per loro rimanere se stessi, poveramente.

Loro vivono per strada, la loro casa è il mondo, la natura, la terra...sin da piccoli imparano a muoversi con agilità nell'ambiente. Per loro la dimensione del clan è vitale, le relazioni sono al centro della loro esistenza. Non hanno un'organizzazione sociale in classi, credo non l'abbiano mai avuta, concepiscono il lavoro come un mezzo per sostentarsi e non per accumulare danaro, è il lavoro a dover essere a servizio dell'uomo e non viceversa. Per questo alcuni popoli nomadi sceglievano le attività più adatte ai loro spostamenti come fare i giostrai o portare notizie da un posto a un altro.Il lavoro deve lasciare il tempo per la vita sociale.
Fino a quando il loro stile di vita gli ha consentito di non impoverirsi, fino a quando le logiche capitaliste e il liberalismo non li hanno schiacciati, c'era una grande solidarietà interna.All'accudimento dei figli provvedevano non solo i genitori ma anche gli altri membri del gruppo, creando una sorta di famiglia allargata. Se non ho capito male questo aspetto si è un po' ridimensionato perchè l'indigenza ha reso più chiuso ogni singolo nucleo. Ma  la solidarietà interna, l'assenza di un'identità basata sull'appartenenza a una classe sociale e sull'accumulo delle ricchezze ,fa sì che non ci siano ricchi o poveri,e che, in base alla consuetudine della distribuzione dei beni, possa accadere che chi un giorno è povero possa diventare ricco il giorno dopo...una logica comunitaria,egalitaria assolutamente una sfida tosta per i nostri costumi di vita, per le logiche dei nostri mercati.
Io credo che una simile cultura abbia potuto resistere e sopravvivere proprio perchè quei popoli sono analfabeti, non sono entrati dentro i circuiti occidentali di condizionamento e omologazione culturale, di alfabetizzazione che assimila e condiziona, perchè i "miti" occidentali mediatici e livellanti stanno facendo la comparsa nel loro immaginario soltanto adesso.
Non sto facendo un'apologia alla non integrazione, sia chiaro, ma sto cercando di capire come mai i modelli di integrazione messi in pista finora abbiano fallito e mi convinco che quella "resistenza" se da una parte è un problema dall'altra può rappresentare un valore e un'indicazione anche per noi: un rispetto maggiore per le esigenze umane, un rallentamento della corsa all'accaparramento consumista,un'attenzione particolare ai bisogni comunitari e alla natura...

Le mie note sono assolutamente imprecise, come ho detto riassumono in modo disordinato cose lette qua e là e non ancora frutto di uno studio sistematico.

Quella romaní è un'entità culturale paradigmatica e transnazionale che risente dei condizionamenti storici, politici, religiosi, economici, linguistici, sociali e culturali dei paesi ospitanti. Tanta diversità per un popolo unico, che ha come patria d'origine l'India del Nord, è dovuta anche all'assenza di scrittura propria nel corso dei secoli passati. La tradizione orale, esposta alle influenze esterne continue e minacciose, è stata all'uopo adattata per sopravvivere in un ambiente circostante perennemente ostile. La diaspora ha così allontanato i vari gruppi rom e le varie comunità tanto da renderli realtà culturali a se stanti. Tanti secoli di repressioni, di lutti, di paure, di dolori hanno portato i Rom, Sinti e Kalé, Manouche, e Romnichals meglio conosciuti dall'opinione pubblica come rom, a sviluppare uno spiccato senso di individualismo e di autoprotezione. Il Rom braccato, costretto a vivere alla macchia, poteva contare solo su se stesso e sui membri della sua famiglia, diffidava perfino dei Rom della sua stessa comunità a cui non era legato da vincoli di parentela. Ancora oggi questi atteggiamenti di difesa sono evidenti.

da "ROM ITALIANI E ROM STRANERI
" di Santino Spinelli
postato da ellea | 15:17 | commenti
vita, societĂ 


sabato, 11 agosto 2007
 

I bambini Rom: quali diritti?

La notizia della morte di 4 bambini rom, avvenuta stanotte per un incendio in un campo improvvisato sotto un cavalcavia alla periferia di Livorno, è una di quelle notizie che ti lacerano : i diritti universali dei bambini non sono poi così universali.
postato da ellea | 14:36 | commenti (2)
vita, societĂ