Cutrettola

   

 



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giovedì, 04 settembre 2008
 

Ministro Gelmini e la dignitĂ  dei docenti

E' da prendere sul serio il ministro Gelmini  quando afferma di voler ridare dignità al ruolo degli insegnanti?
Io non credo. Perchè non si può credere che abbia a cuore la dignità della scuola chi sta agendo nei confronti della scuola senza rispettare chi vi lavora. Non da ciò che predica ma da ciò che fa si giudica una persona...

Il nostro grande demerito è quello di non saper fare opinione, di non saper contrastare, facendoci conoscere, i mille luoghi comuni che  alimentano la rappresentazione sociale della scuola.
La scuola ha perduto di dignità  solo nell'immagine esterna e anche grazie a una campagna stampa che l'ha mortificata sbattendo in prima pagina solo episodi negativi ed estremi...forse che noi professorini o maestrine abbiamo le stesse opportunità di creare un senso comune ?
postato da ellea | 20:14 | commenti
scuola, societĂ 


giovedì, 24 gennaio 2008
 

Caduta massi



 E adesso ci tocca  rivedere  quei tromboni del centro destra e il loro volgare giubilio..
postato da ellea | 20:59 | commenti (1)
societĂ 


lunedì, 14 gennaio 2008
 



Mentre me ne andavo in giro per internet a cercare info sulle intolleranze al lattosio è sbucato fuori questo Sad


"molte persone, la maggior parte purtroppo, sono convinte che la produzione del latte non abbia a che fare con lo sfruttamento degli animali. In realtà l'industria casearia è responsabile di grande sofferenza. Il latte è l'alimento destinato a nutrire i piccoli, perciò per ottenerne in abbondanza e con continuità, la mucca viene ingravidata ogni anno (la gestazione dura nove mesi) e dopo pochi anni, appena la lattazione diminuisce viene destinate al macello. Il vitellino, sottoprodotto lucroso di questo ramo industriale, allattato per alcuni giorni, è allontanato per proseguire il suo infelice tragitto verso la tavola. La madre lo cerca per giorni muggendo lamentosamente, ma tanto è solo una macchina da latte (a cui sono somministrati medicinali che la rendano più potente): le vengono attaccate due volte al giorno delle pompe meccaniche per stimolare la produzione e alla fine della sua breve vita le mammelle saranno tanto allungate da non poter servire neanche ad allattare per poco l'ultimo vitellino. La macchina da latte che arriva al macello è uno degli animali più intensivamente sfruttati e maltrattati del nostro tempo. "
postato da ellea | 01:03 | commenti (3)
societĂ 


domenica, 25 novembre 2007
 

Enzo Biagi

Non che mi convincesse del tutto, Enzo Biagi.
Non aveva un tono di voce che m'invogliasse ad ascoltarlo. Mi sembrava così immobile, fermo, certamente sobrio e composto.Non so. Preferisco altri generi, più scomposti, più arruffoni, più sgrammaticati e, pertanto, più vicini alla sgrammaticatura della vita. Ma al di là dei gusti e delle preferenze personali è orribile quel che è stato costretto a subire.Ed è stato triste vedere quanto profondamente si sia sentito offeso, ferito.Dover inghiottire questa profonda amarezza proprio al chiudersi della vita, deve essere stato proprio dura.

E devo dire che al di là dell'azione censoria, quel che  a me ha rattristata maggiormente è stata l'assoluta mancanza di rispetto verso un uomo già anziano, verso un signore che ha svolto meritoriamente e con estremo decoro il suo mestiere; mi ha offeso vedere saltare l'ennesimo tabù della civiltà: quella del senso profondo di umiltà che credo si debba avere verso chi ha raggiunto certe vette di età e di grandezza personale.

Io mi sento verso certi anziani così piena di dolcezza e di struggente tenerezza, quanto di più lontano dalla violenza , cafona  e criminale di chi osa prendere e   mettere al bando senza scrupolo alcuno.
postato da ellea | 01:40 | commenti (1)
societĂ 


mercoledì, 15 agosto 2007
 

La sfida




Non conosco bene la cultura rom. Sto cominciando ad occuparmene ora, da quando ho conosciuto a scuola i miei alunni rom  e li ho potuti osservare abbozzando un'impressione diretta , senza i filtri del sentito dire; me ne sto facendo un'idea leggendo il materiale (copioso) reperibile in internet e le riflessioni, spesso ricche di riferiementi storici precisi, che compaiono sui giornali in questo periodo, sull'onda lunga, purtroppo, dello sconcerto per la vicenda di Livorno.
Me ne sono fatta l'idea di un popolo resistente, forte, quasi cocciuto, animato da una caparbia volontà di rimanere se stesso, di custodire e trasmettere ciò che resta della propria cultura di tradizione.
In efffetti sarebbe stato più comodo per loro "omologarsi", assorbire la nostra cultura, le nostre abitudini, entrare nelle traiettorie che noi abbiamo tracciato per noi e per il resto del mondo globalizzato.Ma è più vitale per loro rimanere se stessi, poveramente.

Loro vivono per strada, la loro casa è il mondo, la natura, la terra...sin da piccoli imparano a muoversi con agilità nell'ambiente. Per loro la dimensione del clan è vitale, le relazioni sono al centro della loro esistenza. Non hanno un'organizzazione sociale in classi, credo non l'abbiano mai avuta, concepiscono il lavoro come un mezzo per sostentarsi e non per accumulare danaro, è il lavoro a dover essere a servizio dell'uomo e non viceversa. Per questo alcuni popoli nomadi sceglievano le attività più adatte ai loro spostamenti come fare i giostrai o portare notizie da un posto a un altro.Il lavoro deve lasciare il tempo per la vita sociale.
Fino a quando il loro stile di vita gli ha consentito di non impoverirsi, fino a quando le logiche capitaliste e il liberalismo non li hanno schiacciati, c'era una grande solidarietà interna.All'accudimento dei figli provvedevano non solo i genitori ma anche gli altri membri del gruppo, creando una sorta di famiglia allargata. Se non ho capito male questo aspetto si è un po' ridimensionato perchè l'indigenza ha reso più chiuso ogni singolo nucleo. Ma  la solidarietà interna, l'assenza di un'identità basata sull'appartenenza a una classe sociale e sull'accumulo delle ricchezze ,fa sì che non ci siano ricchi o poveri,e che, in base alla consuetudine della distribuzione dei beni, possa accadere che chi un giorno è povero possa diventare ricco il giorno dopo...una logica comunitaria,egalitaria assolutamente una sfida tosta per i nostri costumi di vita, per le logiche dei nostri mercati.
Io credo che una simile cultura abbia potuto resistere e sopravvivere proprio perchè quei popoli sono analfabeti, non sono entrati dentro i circuiti occidentali di condizionamento e omologazione culturale, di alfabetizzazione che assimila e condiziona, perchè i "miti" occidentali mediatici e livellanti stanno facendo la comparsa nel loro immaginario soltanto adesso.
Non sto facendo un'apologia alla non integrazione, sia chiaro, ma sto cercando di capire come mai i modelli di integrazione messi in pista finora abbiano fallito e mi convinco che quella "resistenza" se da una parte è un problema dall'altra può rappresentare un valore e un'indicazione anche per noi: un rispetto maggiore per le esigenze umane, un rallentamento della corsa all'accaparramento consumista,un'attenzione particolare ai bisogni comunitari e alla natura...

Le mie note sono assolutamente imprecise, come ho detto riassumono in modo disordinato cose lette qua e là e non ancora frutto di uno studio sistematico.

Quella romaní è un'entità culturale paradigmatica e transnazionale che risente dei condizionamenti storici, politici, religiosi, economici, linguistici, sociali e culturali dei paesi ospitanti. Tanta diversità per un popolo unico, che ha come patria d'origine l'India del Nord, è dovuta anche all'assenza di scrittura propria nel corso dei secoli passati. La tradizione orale, esposta alle influenze esterne continue e minacciose, è stata all'uopo adattata per sopravvivere in un ambiente circostante perennemente ostile. La diaspora ha così allontanato i vari gruppi rom e le varie comunità tanto da renderli realtà culturali a se stanti. Tanti secoli di repressioni, di lutti, di paure, di dolori hanno portato i Rom, Sinti e Kalé, Manouche, e Romnichals meglio conosciuti dall'opinione pubblica come rom, a sviluppare uno spiccato senso di individualismo e di autoprotezione. Il Rom braccato, costretto a vivere alla macchia, poteva contare solo su se stesso e sui membri della sua famiglia, diffidava perfino dei Rom della sua stessa comunità a cui non era legato da vincoli di parentela. Ancora oggi questi atteggiamenti di difesa sono evidenti.

da "ROM ITALIANI E ROM STRANERI
" di Santino Spinelli
postato da ellea | 15:17 | commenti
vita, societĂ 


sabato, 11 agosto 2007
 

I bambini Rom: quali diritti?

La notizia della morte di 4 bambini rom, avvenuta stanotte per un incendio in un campo improvvisato sotto un cavalcavia alla periferia di Livorno, è una di quelle notizie che ti lacerano : i diritti universali dei bambini non sono poi così universali.
postato da ellea | 14:36 | commenti (2)
vita, societĂ 


venerdì, 10 agosto 2007
 

Rom




Questi bambini si sono affacciati con discrezione nella mia esistenza e ho idea che vi rimarranno per un bel po’.

Nella mia vita prima di ora non mi ero mai soffermata con la dovuta attenzione a pormi domande su chi fosse questo popolo, la mia esistenza scorreva dentro i binari normali, un po’ chiusi di chi appartiene a una storia già scritta e si adopera per realizzarla. A volte l’appartenenza è davvero una chiusura che limita sia la vista che la mente e l’esperienza.

Una luce su questa gente prese a lanciarla, indirettamente, l’amica di una mia amica.Frequentavano la Scuola di Servizi sociali e una di loro aveva fatto una tesi sui rom ed era andata  a conoscerli direttamente nei campi nomadi. Rimasi affascinata dalla discussione su quel lavoro perchè per la prima volta sentivo parlare di queste persone in un modo diverso, con una disposizione  d’animo e d’intelletto diversa da quella ordinaria propria del luogo comune ,sovente contrastato da un altro luogo comune:“diffidate dai rom perchè rubano“ (primo luogo comune)- „non dobbiamo essere razzisti“ ( secondo luogo comune assolutamente inutile se non si sposta oltre un’enunciazione politicamente corretta).Nel caso, invece, di quella ragazza e della sua tesi di laurea si andava oltre: era un caso di vera militanza, di osservazione partecipata sul campo fatta per conoscere, per aprirsi verso quei popoli, concretamente, ben al di là delle parole e dei principi.

L’anno scorso ho avuto il trasferimento in una scuola situata alla periferia della mia città  alla quale sono iscritti i bambini di un campo nomadi della zona.Il Preside di quella scuola si è molto adoperato affinchè i bambini rom frequentassero ma di fatto la loro presenza a scuola, da anni, è ridotta a periodi brevi e saltuari.

Hanno preso a venire in prossimità del Natale. E subito mi sono sembrati bellissimi e pieni di mistero, quasi nascondessero, dietro i loro occhi marroni, un segreto per me inafferrabile. Trovavo che avessero un loro stile peculiare, nelle movenze, nei loro vestiti coloratissimi, in quello sguardo intelligente e penetrante.

Non è difficile rimanerne affascinati: sono bambini educati, che non pongono nessun problema di disciplina, sono ricettivi e rispettosi degli insegnanti e riescono bene perchè attenti e intelligenti.I bambini che ho avuto in classe per qualche tempo, conoscevano già l’italiano, non lo scrivevano ma lo capivano e parlavano perfettamente.

Il fatto è che non basta: non basta riuscire a farli venire a scuola per un tot di giorni. Spesso, capitando inaspettatamente in classe, le insegnanti non hanno un programma adatto a loro e si limitano a interventi individualizzati di alfabetizzazione o  a semplificazioni delle attività che svolgono in classe in quel momento.Loro si predispongono a seguire,grazie alla loro correttezza, ma dopo poco si demotivano se non c’è un gruppo che li accoglie e se devono fare per lo più la parte degli spettatori in una scuola italiana pensata per bambini italiani.

Qualche giorno a scuola serve solo per sollevare quel che c’è dietro i bambini, tutto il polverone di non accettazione che aleggia nella nostra società.Sullo scuolabus vengono ingiuriati perchè puzzano,a loro vengono ricondotte le cause delle liti e delle provocazioni.Durante la ricreazione raramente vengono coinvolti nei giochi e spesso invece vengono coinvolti in litigi. La maestre si limitano, in classe, a parlare degli incresciosi episodi cercando di trarne delle lezioni.Ma io credo che l’integrazione non si costruisca a parole ma grazie a  esperienze condivise. E’ questo il grande problema.Come credo che il problema sia anche un razzismo disconosciuto che è dentro l’animo di molte insegnanti che non vedono i rom come un’opportunità ma come un inconveniente che si para loro davanti ogni anno.E che per fortuna si risolve con un disagio contenuto „perchè tanto frequentano poco“.Occorrerebbe „prendere coscienza“ di quanto sono radicati certi pregiudizi dentro di noi, al di là delle nostre enunciazioni buoniste, occorrerrebbe avere l’umiltà necessaria di accettare che la nostra società, così chiusa in se stessa e nei suoi pregiudizi, inevitabilmente ci ha condizionati: sta a noi scoprire quanto in profondità.Senza questa disillusione verso noi stessi non c’è integrazione possibile perchè il diverso non è poreventivametne integrato nei nosti cuori prima che nella realtà.

Non in tutte le scuole,però, è così. Leggo che in alcune ci sono progetti seri e attività ben progettate. Certo è che io non mi trovo mai nel posto giusto!

Quest’estate, una volta che ero al mare, sono  arrivati sulla stessa spiaggia, una bambina rom che hoavuto in classe.Era insieme ad alcuni suoi fratelli: due maschietti ,di cui uno di 3/4 anni e una sorellina di 6/7.Si erano sparpagliati sugli scogli a pescare, a saltellare e zampettare di qua e di là. Avevano una loro agilità e grazia, una perizia e un’autonomia che i bambini italiani, abituati alla protezione degli adulti e degli spazi circoscritti in cui più di frequente vivono, hanno sicuramente in misura inferiore.Quei rom erano insieme e separati al tempo stesso, ognuno per conto suo faceva quel che più lo interessava rimanendo in contatto con gli altri con la parola, chiacchierando.

I due più piccini, forse perchè sentivano la mia curiosità per loro, si sono avvicinati a me e abbiamo iniziato a parlare,  a fare amicizia. Uno dei più grandi , aun certo momento,pesca un pesce e i piccolini corrono a prenderlo, poi me lo mostrano e io dò loro una busta di plastica : la riempiono d’acqua e vi mettono il pesce e stanno lì, vicino a me con quel pesce nella busta d’acqua a parlare , commentare, scherzare . Li ho adorati e ho pensato: che tipo di integrazione? Rinchiuderli nelle nostre tristi scuole è davvero una cosa adatta a loro?Vederli così liberi, competenti della vita mi ha fatto pensare che per loro forse l’educatore di strada sarebbe più adatto.E chissà che non sia più adatto anche per noi e per i nostri bambini!

 

postato da ellea | 17:28 | commenti (1)
amore, vita, scuola, societĂ 


domenica, 01 luglio 2007
 

Ci sono delle cose...

Ci sono delle cose a cui siamo abituati e spesso non pensiamo che ad esse ci possa essere un'alternativa: il nostro mondo si riduce tutto lì dentro e con difficoltà si pensa che ci sia altro oltre, si fa fatica a strattonare lo stato delle cose.
Una cosa di cui mi sono resa conto abbastanza presto, ma mai con piena consapevolezza, è che c'è una via molto facile da imboccare e dalla quale poi è assolutamente difficile uscire per svoltare verso altro. Credo che risulti difficile perchè è una strada ben battuta, già percorsa da molti e attualmente ancora percorsa dai più e che quindi dà sicurezza, sviluppa un forte senso di aggregazione e di appartenenza: trattasi del conformismo.O meglio di quello che viene percepito come conformismo ma che è anche molto di più.

Da più parti ho trovato il link al sito dell' UAAR:l'unione atei agnostici razionalisti capitanata da intellettuali principalmente di formazione scientifica.Bene, grazie a quel sito mi appare ancora più evidente che quel sistema conformista e acquisito di abitudini può avere occasione di essere ripensato con una maggiore consapevolezza.
Pensavo alla faccenda dei "funerali laici".
Mio padre morì in ospedale. Passò un attimo dalla sua morte che comparve sulla porta della camera dell'ospedale un prete con contrita espressione di circostanza. Mi avvicinò subito e mi disse : "se avete bisogno per le esequie, rivolgetevi qui e qui e qui,anzi se per voi è meglio posso pensarci io. Praticamente c'è un'organizzazione che scatta efficientissima,dispendiosissima non appena qualcuno muore."
Un'organizzazione di cui forse ( e per fortuna) molti non sanno l'esistenza e cui si affidano in un momento di stordimento dove le robe "terrene" e i calcoli e le faccende economiche non sono esattamente al centro dei loro pensieri. Mi ritrovai così in un ingranaggio che prese sin da subito a disgustarmi, e volevo urlare per denunciarne la bassezza ma c'ero dentro fino al collo e i parenti d'intorno si lasciavano trasportare dall'onda purchè l'onda scorresse e anch'io ho finito per farmi trascinare con quel malessere dentro che c'hai quando sei costretto a fare cose che non sono giuste per te,che tu non hai scelto ma che sono più grandi e più forti di te e che si fanno perchè esistono e ormai è quella la via che tutti imboccano e l'unica che sembra esistere.
Quell'esperienza mi ha fatto pensare che io per me quella roba lì, mai.
A parte il lugubre, la pesantezza micidiale dei funerali religiosi,senza respiro, senza sollievo: le casse di legno, gli oculi in condomini di bare, le lapidi marmoree,e tutti gli annessi e connessi.A parte i costi impensabili, immorali, ingiusti. A parte l'assurdità, per me, dell'esistenza dei cimiteri e delle feste dei defunti..che tutto fanno fuorchè aiutare l'elaborazione del lutto perchè al lutto ti ci inchiodano.Ma a parte questo: se non si ha una fede brillante e sentita perchè accondiscendere a un rituale di questo tipo? Perchè non dare/creare un'alternativa di altrettanto immediato accesso, altrettanto visibile e facile da perseguire e realizzare? Perchè non rompere gli schemi?
Bene , l'UAAR, giustamente secondo me, cerca di opporsi a tutto "quel già dato" e a quel "così è da sempre, per sempre e per tutti" suggerendo, agli atei/laici di combattere le giuste battaglie per ottenere esequie civili in luoghi altri rispetto a quelli religiosi.

Io ricordo per esempio a quanto fu bella la cerimonia di commiato che i Kennedy fecero a John Kennedy Junior, tutti riuniti su una barca che prese il largo per disperdere in mare le ceneri




giovedì, 01 febbraio 2007
 

Piccoli brividi: lo scuolabus




Eh, che simpatica immaginetta della nostra idea  d' "INFANZIA", dell'idea  dolce, soave, angelicata , di "bambino" che spesso balena nelle  nostre teste.

Ebbene, niente di più falso.
Lo scuolabus può essere un luogo terrificante, un incubo e il tragitto che si compie insieme all'allegra combriccola uno dei momenti più tragici per alcuni bambini.

"Ivan,ti prego mi proteggi se mi picchiano sul pullmino,oggi?"
Mentre ero accovacciata accanto a un bimbo di 1^, due posti più in là rispetto a quello di Ivan ,colgo questa accorata supplica fatta ,con il sorriso ma con le mani giunte, da un bimbino "per bene", due occhi marroni, capelli castani chiari e un grembiule impeccabile.
.In quanto insegnante d' inglese faccio un' incursione di un'ora soltanto in questa prima e penso allora di riportare alla maestra di classe la conversazione cui ho assistito che meglio di me conosce la situazione e, insieme,prendiamo a tentare degli approfondimenti.
"Che succede sul pullmino?" chiedo e si fa avanti un bimbo dicendo "Quelli di quinta ci picchiano, ci dicono le parolacce".E vengono fatti nomi, riportate frasi ed espressioni a dir poco colorite.Mi avvicino al bimbo terrorizzato e chiedo" Ma lo hai raccontato alla mamma quello che ti capita sul pullmino?" "La mia mamma ha detto che se torno a casa un'altra volta con le lacrime non mi manda più".
La maestra della classe si ripromette di parlarne con i genitori e in effetti  a quell'episodio , e ad altri cui io non ho assistito, è seguita una riunione di classe con il preside e i genitori, una fitta serie di colloqui e iniziative con il rappresentante di classe.Dal canto mio, poichè insegno in tutte le classi ho indagato presso i bimbi di quinta:"Maestra guarda che sono i piccoli quelli che fanno casino. Sono quelli di prima che ci danno noia e ci prendono in giro.""Guarda , maestra, che è Ivan quello che fa macello, mica noi."
Ma come Ivan ! E, in effetti, ieri c'è stata un'assemblea di interclasse con i rappresentanti, appunto e la vicenda si è arricchita di nuovi particolari:
-pare proprio che questo Ivan sia il deus ex machina del clima da incubo che regna sullo scuolabus
(quindi il bimbo "per bene", vittima di chissà quali angherie,  raccomandava al boss le sue sorti !!)

-l'autista conduce da solo il pullmino infernale, il che pone un grosso problema di sicurezza perchè in quel caos il rischio di un incidente non è davvero escluso senza un adulto che si occupi dei bambini in modo che il conducente non sia disturbato.Una mattina  il clima si era fatto particolarmente incandescente- hanno parlato di zaini volanti, allegri salti sul sedile ad ogni buca, e botte e urla e grida- il pover'uomo , da solo al comando di quel caos, pare abbia inchiodato il pullman in mezzo alla strada, tirato il freno a mano e tirato, anche , una serie pazzesca di moccoli irripetibili tanto quanto ciò che veniva pronunciato dalle bocche dei dolci pargoli.

- e quello che più mi dispiace è stato che di tutto questo gli altri genitori hanno dato la colpa ai bimbi Rom che frequentano saltuariamente la nostra scuola e grazie a uno sforzo d'iniziativa non indifferente del preside.
Mica a Ivan ,la danno, mica un po' a tutti i bimbi che non sono il massimo dell'educazione, ma ai rom, gli "zingari".
Il rappresentate ha detto che queste sono voci che lui aveva raccolto e che riportava quindi  all'assemblea.
A quel punto ha preso pacatamente e soavemente la parola una mia collega che da ieri è salita  alle stelle nelle mia personale graduatoria interna e ha preso a dire con il sorriso: "I bambini rom sono buoni, vengono a scuola e stanno seduti al banco e ascoltano senza disturbare quello che si dice in classe. E' la scuola,piuttosto, ad essere in debito verso questi bimbi perchè fa di tutto affinchè vengano a scuola ma poi non ha modi e mezzi per pensare a percorsi adatti a loro.

Ed è proprio così.I bambini rom hanno una magia nel loro sguardo come ce l'hanno tutte le persone la cui anima pare lontana e misteriosa a chi non la conosce. Sono un mondo sconosciuto e affascinante.
Sabrina , quando viene a scuola e m' incontra, mi saluta ironizzando "Ciao "Pleassssseeee"!!" ..ma noi svolgiamo il nostro programma, abbiamo la classe da seguire, che i bambini non consentono sconti d'attenzione e anche se alcune insegnanti  hanno presentato a inizio anno dei progetti per i rom tuttavia gli interventi si limitano a una banale e asettica alfabetizzazione.Questi bambini sono intelligenti e buoni davvero, non creano nessun problema di disciplina, ma nessuno.Sono intimiditi, spersi qua dentro, in un contesto di cui gli sfugge il senso che dovrebbe avere per loro.
L'altro giorno ne è sbucato uno in quinta, di 13 anni, in classe con me all'ultim'ora. Mi dice: "Maestra, io devo andare." "Come sarebbe 'devi andare'?" chiedo sorridendo "Ho da fare, poi io devo prendere il pullmino"
"Eh, ma io non ti posso far andare , e poi, il pullmino, non preoccuparti che ti aspetta!!"
Allora gli ho chiesto da dove viene e lui mi ha detto che viene da Roma, viveva a Monte Mario, e gli ho detto "ma lo sai che io pure ho abitato da quelle parti?" "Hai presente "Piazza Mazzini"? E lui, "Certo" , "E che altro conosci?" " Lepanto e Ottaviano" aggiunge " il Colosseo,bello, e piazza di Spagna!  Il lago di Bracciano,  Viterbo" E così, a pezzi e bocconi, siamo riusciti a chiacchierare, a fare un po' d'amicizia .E io ho pensato quanto sarebbe utile poter partire da lì, dal modo in cui questi bimbi, da un loro particolarissimo punto di vista, fatto di campi nomadi, di metro, di semafori, conoscono le nostre città e ci conoscono...

ma per fare questo occorrono alcuni requisiti:
-primo  fra tutti: evitare che l'altro faccia sempre il porco ruolo di capro espiatorio delle nostre schifezze, cosicchè i Rom non si carichino anche di colpe che non ricadono sulle loro piccole spalle.Che già ne hanno da scontare altre e pesanti di colpe agli occhi nostri.

Nell'esperienza di tempo limitato alla classe IV, i bambini documentarono per mezzo di testi orali, scritti e disegnati, le loro paure. In genere i bambini hanno paura degli zingari, anche se la loro vita nomade ha per loro un fascino; le voci che corrono in paese sono tutt'altro che buone, per fatti accaduti nel passato ma soprattutto per il rifiuto di accettarli come persone alla pari, con una loro particolare concezione del mondo e una loro umanità.
(Mario Lodi)

postato da ellea | 20:48 | commenti (3)
scuola, societĂ 


sabato, 13 gennaio 2007
 

free time


1.canta in un coro
2.colleziona armi antiche
3.frequenta un corso di fumetto
4.frequenta un corso di danza scozzese
5.fa un corso di vela
6.gioca a bridge
7. fotografia
8.va in bicicletta
9.corre
10.fa teatro
11.un corso di gastronomia
12.palestra
13.un secondo lavoro
14. in giro per mostre
15. la maglia
16.va a cavallo
17.fa nuoto
18.decoupage
19.legge, vede film, sta al computer,sente musica
20.....
postato da ellea | 21:52 | commenti
vita, hobbies, societĂ