Cutrettola

   

 



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mercoledì, 08 ottobre 2008
 

Il perchè di un no


Sono una maestra di scuola primaria.Lavoro in un modulo di 3 insegnanti su due classi. Io ovviamente sono quella che non fa niente mentre le altre insegnano, e pertanto gravo come un parassita sul bilancio degli italiani.Sono una privilegiata.Ma per fortuna presto giustizia sarà fatta: poichè, tra le tre, sono quella entrata di ruolo più di recente, rischio più di altri i contraccolpi della riforma Gelmini. Vabbè.
Ma s'è capito davvero perchè ce l'abbiamo tanto contro il maestro unico? S'è capito che in ballo non ci sono solo questioni che riguardano la pagnotta?
Due cose soltanto, per spiegare.
La pluralità dei docenti non è utile solo,come si sente dire spesso, perchè oggi tra le materie da insegnare ci sono informatica , inglese ecc., non è questo che rende "complesso" l'insegnamento nella scuola primaria.

Per chi non lo sapesse,nella scuola priamaria le materie sono raggruppate in ambiti (linguistico, antropologico, scientifico) e ogni ambito è assegnato a un docente del team del modulo; se uno di loro ha anche la specializzazione all'insegnamento della lingua inglese potrà aggiungere tale materia al suo ambito.
Il vantaggio di una simile organizzazione è quello di potersi "specializzare" e acquisire particolari competenze ed esperienze nella didattica del proprio ambito.
In cosa consiste tale "competenza"?
Io credo consista di molte cose:
- in riferimento al bambino: una conoscenza della psicologia dello sviluppo che consenta all'insegnante di comprendere i modi in cui il bambino "costruisce" le proprie conoscenze in relazione alla sua età e al livello di maturità cognitiva che ha sviluppato .Ma per conoscere il bambino occorre anche sviluppare capacità di osservazione, di monitoraggio e di adeguamento del proprio lavoro a quei particolari bambini che si trovano in quella particolare classe.
-in riferimento alla disciplina: un insegnante deve coltivare a "livello adulto" i contenuti di ciò che insegna, deve conoscere l'epistemologia della disciplina : per questo è auspicabile che il docente non sia separato dall'università,si aggiorni, sappia cosa e come si studia nei luoghi deputati a far ricerca sulla disciplina che lui insegna. Altrimenti il suo aggiornamento rischia di dipendere unicamente dai libri di testo che finirebbero per farla da padrona sul modo di impostare contenuti e strutture disciplinari.
Anche alle elementari, ad esempio, si insegna storia lavorando sui documenti, aiutando i bambini a divenire capaci di ricostruire il quadro di una certa civiltà interpretando e ricavando informazioni dalle fonti storiche.Un lavoro del genere mette in moto una marea di abilità nel bimbo ( capacità di distinguere informazioni di vario tipo, classificarle, costruire mappe e schemi, produrre testi a partire da schemi , ecc. ecc.) abilità assai più complesse e articolate di quelle mobilitate dalla semplice lettura del sussidiario di storia. E' evidente che se una maestra dovrà insegnare non tre ma 13 materie non avrà certo modo di andare troppo per il sottile.La storia però non è sfilza di fatterelli e di date e di nomi, la storia è una ricostruzione critica e mai definitiva del passato elaborata in base a dei documenti, passibile di mutare se i documenti cambiano, se cambiano gli obiettivi della nostra ricerca, e se cambia il ricercatore poichè ognuno di noi vede le cose dal proprio particolare punto di vista: la descrizione di un'epidemia varia notevolmente se a eseguirla è un medico, se è un economista, se è un sociologo eppure ciascuno di loro fornisce informazioni utili allo storico. W lo spirito critico.
-in riferimento alla didattica. Io sono laureata in lettere, il che non mi rende automaticamente competente nella didattica dell'italiano nella scuola elementare. Forse, se sono una docente che s'interessa di studi italianistici e mi piace tenermi aggiornata nella mia disciplina ho antenne capaci di intercettare certi svarioni che propinano i libri di testo, che scambiano l'adattamento dei contenuti disciplinari ai bambini con una loro semplificazione eccessiva, o con la pura banalizzazione.
Per esempio: nella scuola elementare si studiano le "tipologie testuali" - e non solo l'alfabeto - si prova a individuarne i cosiddetti "elementi costitutivi" ma si dà occasione di imboccare dei gineprai, talvolta, dai quali si cavano difficilmente le gambe oppure le si cavano facendo degli svarioni da capogiro. Tipo definire il mito come" un racconto che fornisce una spiegazione fantastica dei fatti scientifici" che è quanto meno riduttivo.Una maestra che ha insegnato per anni matematica potrebbe tranquillamente bersi questa approssimazione...
e magari ficcare,involontariamente, nella testa dei bambini delle convinzioni che loro prenderanno per buone fino a quando non incapperanno in qualcuno che, magari a distanza di anni, gli distruggerà le sicurezze con le quali sono cresciuti. Ecco, magari il fatto di essere laureata in lettere, se sono una tipa che "coltiva la propria materia a livello adulto", mi potrà rendere avvertita di certe castronerie, ma non mi rende competente nella didattica dell'italiano.
Oggi a scuola se un docente pensasse che per insegnare italiano in classe basti partire dall'alfabeto si perderebbe una buona fetta di ragazzini per la strada. Oggi le nostre aule sono frequentate al 25% da bambini portatori di "bisogni speciali" , di difficoltà di apprendimento non certificate. E l'insegnante deve tenerne conto e adattare le proprie "strategie" alla varietà dei bisogni di apprendimento che deve fronteggiare nella sua classe. Metti, ad esempio, che in prima ci sia un bambino dislessico non certificato. Metti che quella maestra utilizzi, per l'insegnamento della letto-scrittura, il metodo fono-sillabico (questa è la "l", questa è la "a", questo è il suono "la", ecc. )è evidente che non volendo il dislessico è posto immediatamente di fronte alla sua difficoltà. Se invece imbocca la strada dell'educazione linguistica da un'altra parte, ovvero da quella della "comprensione di un testo", della ricostruzione in sequenza di una storia ascoltata, il dislessico avrà modo di esercitare le sue abilità logiche, arricchirà il suo vocabolario e avrà ricevuto gratificazioni che sosterranno la sua autostima quando dovrà comunque fare i conti con le sue difficoltà.
Ma non c'è bisogno di mobilitare i casi speciali. Un docente per essere competente deve conoscere il modo in cui insegnare la propria disciplina non snaturandola con eccessive semplificazioni, ma adeguandola ai cuccioli che si trova davanti.

Ecco che un maestro unico sarà per forza di cose meno efficace.

Un'ultima cosa riguarda la valutazione. Non c'è processo valutativo che possa dirsi "oggettivo" perchè il nostro punto di vista sul mondo è per forza di cose parziale. Tu pensa a un bimbo con una sola maestra la quale magari ha preso uno svariane didattico e non sia riuscita a calibrare il suo insegnamento sul tipo di intelligenza di Pippo. Magari Pippo è un visivo e apprende le cose per immagini, mentre la maestra ha un approccio "logico": magari Pippo non riesce bene a capire anche se basterebbe che la maestra  cambiasse solo il modo di presentazione degli argomenti, magari la maestra che ha 25 ragazzini mica ce l'ha il tempo di porsi troppe domande. La storia finisce che si crea la leggenda di Pippo che non capisce un tubo di matematica e della maestra di matematica che è una vecchia zitella acida.
Se a guardare a un bambino non è uno ma sono più d'uno, è molto più probabile che vengano colti aspetti diversi della sua personalità che a un solo occhio sfuggono. Il giudizio che si costruisce grazie al contributo di più osservatori ha senz'altro più possibilità di essere un giudizio meno viziato dalla soggettività.
postato da ellea | 22:24 | commenti (2)
scuola


lunedì, 08 settembre 2008
 

Cara scuola elementare

Cara scuola elementare…

Desta sconcerto e preoccupazione la disinvoltura con cui il Governo ha deciso di mettere mano al funzionamento della scuola elementare italiana, uno dei segmenti educativi più “amati” dalle famiglie e più accreditato anche dalle ricerche nazionali e internazionali sui livelli di apprendimento dei nostri ragazzi.
Nessuna seria indagine è stata promossa in questi mesi sul funzionamento della nostra scuola primaria, su eventuali esigenze di ripensamento della sua organizzazione, su nuove modalità di formazione e preparazione dei maestri elementari.
È bastata qualche battuta estiva sulle pagine dei giornali (citiamo per tutti l’esemplare intervista del Ministro Gelmini su “La Padania” del 25 agosto) per sollevare un improvvisato dibattito sulla serietà degli studi, sul ritorno dei voti e del 7 in condotta (anche per i bambini di 6 anni o 5, se in anticipo!), trovando così il modo di distrarre dai reali problemi della scuola nonché l’escamotage all’esigenza di ridurre drasticamente le risorse pubbliche dedicate alla scuola italiana.
Questa, al di là dei giri di parole, è la “dura” sostanza del decreto legge 112/08 convertito in legge ordinaria n. 133/08.

Un modello che ha funzionato per oltre vent’anni
Com’è noto, da oltre vent’anni la scuola elementare vede la presenza in ogni classe (meglio, in un gruppo di 2 classi aggregate in un modulo) di un team di docenti (in genere composto da tre insegnanti: per l’area linguistica, quella matematica e quella storico-sociale) che duplicano i loro interventi nelle due classi loro assegnate. Una pluralità di docenti (simile a quella esistente in tutti gli altri livelli scolastici, compresa la scuola dell’infanzia), che lavora in modo efficace perché dedica almeno due ore settimanali del tempo di lavoro obbligatorio alla programmazione dell’attività didattica delle singole classi. Esiste anche la variante della scuola a tempo pieno, con due docenti contitolari per ogni classe (il modello, in crescita, riguarda circa il 25% delle classi in Italia, con vistose differenze territoriali). Vanno ricordati, per completezza, anche gli interventi, previsti però in tutti gli altri gradi scolastici, dei docenti di sostegno, dei docenti di lingue straniere, del docente di religione. Occorre ammettere che in qualche caso l’eccessiva frammentazione degli interventi ha limitato l’efficacia del modello di team teaching, che in via generale rappresenta un punto di forza della scuola italiana.
Un conto però è riflettere su alcune modalità di organizzazione didattica e decidere di migliorarle, un conto è cancellare con un provvedimento amministrativo e senza alcuna pubblica discussione, oltre vent’anni di storia e di impegno innovativo della scuola elementare.
Allora, perché tanto accanimento nei confronti della scuola primaria? Dove sta il vero problema? Com’è possibile che si decida di intervenire senza alcun approfondimento e conoscenza della realtà della scuola elementare? Ricordiamolo, oltre 2.580.000 allievi e 245.000 docenti, con una presenza capillare sul territorio, distribuita in oltre 16.000 scuole e 138.000 classi.

Le sfide del futuro non si affrontano guardando al passato
Chi propone il ripristino della figura del maestro “unico” guarda indietro. Ha molta nostalgia per il maestro/la maestra dal buon sapore antico, quello deamicisiano di fine Ottocento, capace con la sua autorevolezza (una prerogativa tutta maschile?) di essere un sicuro punto di riferimento per classi che già allora erano socialmente eterogenee e a cui la Nazione aveva affidato il compito di perseguire con energia valori di integrazione, solidarietà, emulazione positiva. Anche oggi abbiamo problemi assai simili, di uguaglianza di opportunità, di senso di appartenenza, di incontro di culture, ma in una situazione sociale profondamente mutata, per il ruolo della scuola, per la figura dei docenti, per l’atteggiamento delle famiglie e degli stessi ragazzi.
È giusto guardare a una scuola rigorosa e seria capace di istruire ed educare, ma non è certo imponendo per decreto un modello impoverito e datato anni cinquanta che si affrontano le complesse e difficili sfide del futuro.

Un grande dibattito accompagnò il superamento del ‘maestro unico’
Si ha l’impressione che si voglia chiudere in fretta una parentesi, quella degli ultimi quaranta anni che, secondo molti Ministri di questo Governo, avrebbe ridotto la scuola allo sfascio. Anche qui c’è molto su cui ragionare: meglio studiare le ragioni del successo di certe scuole e di certi territori, piuttosto che gridare genericamente allo sfascio!
La scuola elementare ha avuto profonde riforme negli anni ottanta, largamente condivise, frutto di una stagione di intensa partecipazione e passione pedagogica (già di per sé ragione di “successo educativo”), non certo di vacuo pedagogismo. Si decise di superare la figura del maestro unico e di avviarsi verso un team di docenti, con competenze meno generiche, capace di lavorare insieme agli altri colleghi e di tener conto delle esigenze dei singoli bambini, in grado di elaborare in modo più appropriato di un insegnante “tuttologo” contenuti e strategie educative nei vari ambiti del sapere.

Nessuna verifica giustifica i provvedimenti restrittivi in atto
Esiste certamente l’esigenza di compiere un bilancio di quanto sia avvenuto: quali i risultati, quali i limiti, quali le potenzialità. Anche se i dati delle ultime indagini ci confermano della bontà della scelta compiuta. Ma da quanto tempo la scuola chiede un credibile sistema di documentazione e valutazione che renda visibile il “valore aggiunto” prodotto dalla scuola e dagli insegnanti? Non bastano giudizi affrettati fatti “a lume di naso” per manomettere uno dei più solidi segmenti del nostro sistema scolastico. Tra le poche indagini comparative quella IEA-Pirls del 2005 testimonia una ottima tenuta dei livelli di apprendimento in lettura dei nostri allievi di quarta elementare, ben diversa da ciò che si rileva dopo. La scuola ha bisogno di azioni ponderate e condivise, non di soluzioni estemporanee e demagogiche. Il tutto per giustificare la manovra finanziaria!

Il rischio di vanificare i caratteri più significativi della nostra scuola
Già ora sono poche le risorse destinate alla scuola rispetto ai nostri partner europei. Discutiamo pure di come azzerare gli sprechi, di come utilizzare meglio le risorse per la scuola e, soprattutto, di come incrementarle, anziché diminuirle portando così la scuola e il Paese verso un inevitabile declino. La riduzione del numero degli insegnanti è diventato uno dei cardini (forse nemmeno ben soppesato nelle sue conseguenze disastrose) della politica scolastica dei prossimi anni. È fin troppo facile additare gli alti rapporti numerici insegnanti-allievi per la scuola elementare e quindi proporre radicali correttivi. Il problema del numero degli insegnanti richiede un’analisi non emotiva. Occorre saper vedere (basta leggere il Quaderno Bianco) la specificità della scuola italiana e dei suoi 8.000 Comuni, la generalizzazione del diritto all’istruzione (“La scuola è aperta a tutti” recita l’art. 34 della Costituzione), l’intervento per i disabili, l’accoglienza dei cittadini non italiani, il tempo disteso a supporto delle famiglie (e chiave di volta di una buona didattica). Questi aspetti non sono dettagli e non possono essere relegati ad aride tabelle allegate alle manovre finanziarie.
Non siamo pregiudizialmente ostili a un ripensamento che faccia evolvere in positivo la nostra scuola, in una prospettiva educativa in continuità 3-16 anni, ove anche il biennio di istruzione obbligatoria (14-16 anni) faccia parte integrante della formazione di base di tutti i cittadini.

Aprire un dibattito serio sul futuro della scuola elementare
Ma sono indispensabili alcune condizioni minime per aprire con serietà un dibattito sul futuro della scuola elementare:

• una grande consultazione con i genitori, l’opinione pubblica, il mondo della cultura sul valore, il significato, il modo di funzionare della scuola elementare (e della scuola dell’infanzia);
• un monitoraggio pubblico e trasparente dell’evoluzione della scuola primaria a seguito della riforma del 1990, dei risultati conseguiti, degli aspetti eventualmente da migliorare (ricordiamo che alla fine degli anni novanta furono promosse indagini approfondite che portarono ad audizioni e orientamenti del Parlamento);
• un confronto aperto con gli insegnanti elementari, per riflettere sui nuovi compiti educativi, sulle professionalità acquisite, sugli impegni di sviluppo professionale, sulle migliori condizioni organizzative di un buon “fare scuola”;
• un trasparente processo di elaborazione dei piani di riorganizzazione del sistema scolastico impropriamente previsti dalla legge 133/08, che fa intravedere una mera riduzione dell’intervento (meno tempo scuola, meno sedi scolastiche, condizioni più gravose nelle classi) e mette in crisi lo stesso ruolo degli Enti locali;
• il rispetto del carattere innovativo che da sempre contraddistingue la scuola elementare, delle motivazioni e sensibilità dei suoi insegnanti, del suo legame con la comunità di appartenenza, a partire dalla continuità di ricerca e sperimentazione sulle “Indicazioni per il curricolo” (2007) e dalle forme di valutazione formativa che la qualificano da oltre trent’anni (legge 517/77).

Il nostro Paese, il nostro sistema scolastico, hanno bisogno di una scuola di base solida, autorevole, credibile. Non possiamo disperdere un patrimonio di professionalità, cultura, cura educativa, gettando nello sconforto migliaia di docenti che in tutti questi anni hanno quotidianamente tenuto alto il livello di qualità della nostra scuola elementare.
Alle ragioni della scuola non si risponde a colpi di decreto!

(1 Settembre 2008)

Il CIDI
postato da ellea | 22:49 | commenti (1)
scuola


giovedì, 04 settembre 2008
 

Ministro Gelmini e la dignitĂ  dei docenti

E' da prendere sul serio il ministro Gelmini  quando afferma di voler ridare dignità al ruolo degli insegnanti?
Io non credo. Perchè non si può credere che abbia a cuore la dignità della scuola chi sta agendo nei confronti della scuola senza rispettare chi vi lavora. Non da ciò che predica ma da ciò che fa si giudica una persona...

Il nostro grande demerito è quello di non saper fare opinione, di non saper contrastare, facendoci conoscere, i mille luoghi comuni che  alimentano la rappresentazione sociale della scuola.
La scuola ha perduto di dignità  solo nell'immagine esterna e anche grazie a una campagna stampa che l'ha mortificata sbattendo in prima pagina solo episodi negativi ed estremi...forse che noi professorini o maestrine abbiamo le stesse opportunità di creare un senso comune ?
postato da ellea | 20:14 | commenti
scuola, societĂ 


mercoledì, 27 agosto 2008
 

Gelmini

Qualcuno la fa stare zitta, una buona volta?!!
Questa s'è accesa d'estate e non la finisce più di  snocciolare proclami :
"bisogna fare questo...la scuola non va bene per quest'altro, va cambiata questa cosa qui"..ma che ne sa, ma la faccia finita, ma s'è capito che lei altro non è che un burattino...

una come la Gelmini non ha un tubo di autorevolezza...
ci mostri le sue competenze psicopedagogiche, ci faccia capire che idee ha in merito alla metodologia e alla didattica, ci renda note le sue consapevolezze in merito allo sviluppo psicologico del bambino e dell'adolescente e argomenti sulla base di conoscenze puntuali e precise le sue idee sulla scuola...
altrimenti, per favore, taccia.

Levate di torno sto fantoccio e si dica  la verità : si vuole licenziare una buona fetta del personale della scuola (tranne gli insegnanti di religione che quelli li vuole il Vaticano), si vogliono abolire diritti acquisiti, (quali ad esempio il diritto allo studio,alla malattia).

Ma gli insegnanti quando si decideranno a tirare fuori palle e dignità e a reagire come si dovrebbe?
Invece sti torsoli si fan la lotta gli uni contro gli altri..
postato da ellea | 18:08 | commenti
scuola


venerdì, 11 gennaio 2008
 

Cuori di cuccioli




Oggi A.. ha lasciato la sua classe e da domani mattina frequenterà una nuova scuola.
Prima delle vacanze ci aveva accennato a questa eventualità che si è venuta a prospettare perchè  lui  e la sua famiglia hanno da poco cambiato casa e si sono trasferiti in un quartiere diverso da quello a cui appartiene la mia scuola. Quel quartiere è sufficientemente distante da rendere impossibile allo scuolabus di cambiare il percorso abituale seguito finora. I genitori, a dire il vero, hanno battagliato perchè questo cambiamento non avvenisse e si sono rivolti agli "addetti" , hanno litigato e brigato, ma la soluzione non si è trovata.

Il fatto è che la vita pratica con le sue spietate esigenze non dà certo conto alle ragioni della vita affettiva ed emotiva, nè le urgenze cui è sottoposta la vita degli adulti dà loro modo di predisporre, sempre, le cose in modo da tale da tenere conto delle esigenze dei bambini e di prepararli alle strattonate  che devono affrontare contro la loro volontà. Stamani è stato all'improvviso che  il padre di A.. è arrivato e ci ha detto :"Sono venuto a prendere A., devo protarlo via adesso perchè dopo devo rientrare a lavoro, ma io sono innanziutto passato per  avvertirvi che A. da domani cambia scuola". Noi, insegnanti, siamo rientrate in classe, abbiamo chiamato A. e abbiamo dato a lui e ai suoi compagni, il tempo per salutarsi.
A. e F, l'uno indiano e l'altro polacco, si stringono in un abbraccio sincero e commosso e piangono. Era un pianto profondo e davvero disperato, rimanevano attaccati l'uno all'altro, e giù lacrime e singhiozzi. Il nostro mondo di adulti non ha tempo di considerare quanto veri, autentici e intensi possano essere i sentimenti di amicizia tra bambini. Ma forse ancora più profonda e intensa era quella tra questi due bambini , già strappati dalle loro case, dalla loro terra per le esigenze e le urgenze delle loro famiglie e che si erano trovati insieme in  questa classe scoprendo, forse senza nemmeno il bisogno di spiegarselo più di tanto, di avere molto in comune.
postato da ellea | 21:21 | commenti (1)
amore, vita, scuola


venerdì, 10 agosto 2007
 

Rom




Questi bambini si sono affacciati con discrezione nella mia esistenza e ho idea che vi rimarranno per un bel po’.

Nella mia vita prima di ora non mi ero mai soffermata con la dovuta attenzione a pormi domande su chi fosse questo popolo, la mia esistenza scorreva dentro i binari normali, un po’ chiusi di chi appartiene a una storia già scritta e si adopera per realizzarla. A volte l’appartenenza è davvero una chiusura che limita sia la vista che la mente e l’esperienza.

Una luce su questa gente prese a lanciarla, indirettamente, l’amica di una mia amica.Frequentavano la Scuola di Servizi sociali e una di loro aveva fatto una tesi sui rom ed era andata  a conoscerli direttamente nei campi nomadi. Rimasi affascinata dalla discussione su quel lavoro perchè per la prima volta sentivo parlare di queste persone in un modo diverso, con una disposizione  d’animo e d’intelletto diversa da quella ordinaria propria del luogo comune ,sovente contrastato da un altro luogo comune:“diffidate dai rom perchè rubano“ (primo luogo comune)- „non dobbiamo essere razzisti“ ( secondo luogo comune assolutamente inutile se non si sposta oltre un’enunciazione politicamente corretta).Nel caso, invece, di quella ragazza e della sua tesi di laurea si andava oltre: era un caso di vera militanza, di osservazione partecipata sul campo fatta per conoscere, per aprirsi verso quei popoli, concretamente, ben al di là delle parole e dei principi.

L’anno scorso ho avuto il trasferimento in una scuola situata alla periferia della mia città  alla quale sono iscritti i bambini di un campo nomadi della zona.Il Preside di quella scuola si è molto adoperato affinchè i bambini rom frequentassero ma di fatto la loro presenza a scuola, da anni, è ridotta a periodi brevi e saltuari.

Hanno preso a venire in prossimità del Natale. E subito mi sono sembrati bellissimi e pieni di mistero, quasi nascondessero, dietro i loro occhi marroni, un segreto per me inafferrabile. Trovavo che avessero un loro stile peculiare, nelle movenze, nei loro vestiti coloratissimi, in quello sguardo intelligente e penetrante.

Non è difficile rimanerne affascinati: sono bambini educati, che non pongono nessun problema di disciplina, sono ricettivi e rispettosi degli insegnanti e riescono bene perchè attenti e intelligenti.I bambini che ho avuto in classe per qualche tempo, conoscevano già l’italiano, non lo scrivevano ma lo capivano e parlavano perfettamente.

Il fatto è che non basta: non basta riuscire a farli venire a scuola per un tot di giorni. Spesso, capitando inaspettatamente in classe, le insegnanti non hanno un programma adatto a loro e si limitano a interventi individualizzati di alfabetizzazione o  a semplificazioni delle attività che svolgono in classe in quel momento.Loro si predispongono a seguire,grazie alla loro correttezza, ma dopo poco si demotivano se non c’è un gruppo che li accoglie e se devono fare per lo più la parte degli spettatori in una scuola italiana pensata per bambini italiani.

Qualche giorno a scuola serve solo per sollevare quel che c’è dietro i bambini, tutto il polverone di non accettazione che aleggia nella nostra società.Sullo scuolabus vengono ingiuriati perchè puzzano,a loro vengono ricondotte le cause delle liti e delle provocazioni.Durante la ricreazione raramente vengono coinvolti nei giochi e spesso invece vengono coinvolti in litigi. La maestre si limitano, in classe, a parlare degli incresciosi episodi cercando di trarne delle lezioni.Ma io credo che l’integrazione non si costruisca a parole ma grazie a  esperienze condivise. E’ questo il grande problema.Come credo che il problema sia anche un razzismo disconosciuto che è dentro l’animo di molte insegnanti che non vedono i rom come un’opportunità ma come un inconveniente che si para loro davanti ogni anno.E che per fortuna si risolve con un disagio contenuto „perchè tanto frequentano poco“.Occorrerebbe „prendere coscienza“ di quanto sono radicati certi pregiudizi dentro di noi, al di là delle nostre enunciazioni buoniste, occorrerrebbe avere l’umiltà necessaria di accettare che la nostra società, così chiusa in se stessa e nei suoi pregiudizi, inevitabilmente ci ha condizionati: sta a noi scoprire quanto in profondità.Senza questa disillusione verso noi stessi non c’è integrazione possibile perchè il diverso non è poreventivametne integrato nei nosti cuori prima che nella realtà.

Non in tutte le scuole,però, è così. Leggo che in alcune ci sono progetti seri e attività ben progettate. Certo è che io non mi trovo mai nel posto giusto!

Quest’estate, una volta che ero al mare, sono  arrivati sulla stessa spiaggia, una bambina rom che hoavuto in classe.Era insieme ad alcuni suoi fratelli: due maschietti ,di cui uno di 3/4 anni e una sorellina di 6/7.Si erano sparpagliati sugli scogli a pescare, a saltellare e zampettare di qua e di là. Avevano una loro agilità e grazia, una perizia e un’autonomia che i bambini italiani, abituati alla protezione degli adulti e degli spazi circoscritti in cui più di frequente vivono, hanno sicuramente in misura inferiore.Quei rom erano insieme e separati al tempo stesso, ognuno per conto suo faceva quel che più lo interessava rimanendo in contatto con gli altri con la parola, chiacchierando.

I due più piccini, forse perchè sentivano la mia curiosità per loro, si sono avvicinati a me e abbiamo iniziato a parlare,  a fare amicizia. Uno dei più grandi , aun certo momento,pesca un pesce e i piccolini corrono a prenderlo, poi me lo mostrano e io dò loro una busta di plastica : la riempiono d’acqua e vi mettono il pesce e stanno lì, vicino a me con quel pesce nella busta d’acqua a parlare , commentare, scherzare . Li ho adorati e ho pensato: che tipo di integrazione? Rinchiuderli nelle nostre tristi scuole è davvero una cosa adatta a loro?Vederli così liberi, competenti della vita mi ha fatto pensare che per loro forse l’educatore di strada sarebbe più adatto.E chissà che non sia più adatto anche per noi e per i nostri bambini!

 

postato da ellea | 17:28 | commenti (1)
amore, vita, scuola, societĂ 


domenica, 01 luglio 2007
 

Bimbi

Ogni settimana,per tutto un anno scolastico, ho incontrato 169 bambini. Ho navigato in mezzo a emozioni allo stato puro, in mezzo agli affetti,dolorosi o allegri a secondo dei casi.E son tornata   a casa ogni giorno "piena", piena di questo bagno nell'umanità che riempie e appaga e fa crescere e potrebbe rendere, a saperci fare, un po' meno carogne.

postato da ellea | 01:22 | commenti
vita, scuola, emozioni psiche


giovedì, 01 febbraio 2007
 

Piccoli brividi: lo scuolabus




Eh, che simpatica immaginetta della nostra idea  d' "INFANZIA", dell'idea  dolce, soave, angelicata , di "bambino" che spesso balena nelle  nostre teste.

Ebbene, niente di più falso.
Lo scuolabus può essere un luogo terrificante, un incubo e il tragitto che si compie insieme all'allegra combriccola uno dei momenti più tragici per alcuni bambini.

"Ivan,ti prego mi proteggi se mi picchiano sul pullmino,oggi?"
Mentre ero accovacciata accanto a un bimbo di 1^, due posti più in là rispetto a quello di Ivan ,colgo questa accorata supplica fatta ,con il sorriso ma con le mani giunte, da un bimbino "per bene", due occhi marroni, capelli castani chiari e un grembiule impeccabile.
.In quanto insegnante d' inglese faccio un' incursione di un'ora soltanto in questa prima e penso allora di riportare alla maestra di classe la conversazione cui ho assistito che meglio di me conosce la situazione e, insieme,prendiamo a tentare degli approfondimenti.
"Che succede sul pullmino?" chiedo e si fa avanti un bimbo dicendo "Quelli di quinta ci picchiano, ci dicono le parolacce".E vengono fatti nomi, riportate frasi ed espressioni a dir poco colorite.Mi avvicino al bimbo terrorizzato e chiedo" Ma lo hai raccontato alla mamma quello che ti capita sul pullmino?" "La mia mamma ha detto che se torno a casa un'altra volta con le lacrime non mi manda più".
La maestra della classe si ripromette di parlarne con i genitori e in effetti  a quell'episodio , e ad altri cui io non ho assistito, è seguita una riunione di classe con il preside e i genitori, una fitta serie di colloqui e iniziative con il rappresentante di classe.Dal canto mio, poichè insegno in tutte le classi ho indagato presso i bimbi di quinta:"Maestra guarda che sono i piccoli quelli che fanno casino. Sono quelli di prima che ci danno noia e ci prendono in giro.""Guarda , maestra, che è Ivan quello che fa macello, mica noi."
Ma come Ivan ! E, in effetti, ieri c'è stata un'assemblea di interclasse con i rappresentanti, appunto e la vicenda si è arricchita di nuovi particolari:
-pare proprio che questo Ivan sia il deus ex machina del clima da incubo che regna sullo scuolabus
(quindi il bimbo "per bene", vittima di chissà quali angherie,  raccomandava al boss le sue sorti !!)

-l'autista conduce da solo il pullmino infernale, il che pone un grosso problema di sicurezza perchè in quel caos il rischio di un incidente non è davvero escluso senza un adulto che si occupi dei bambini in modo che il conducente non sia disturbato.Una mattina  il clima si era fatto particolarmente incandescente- hanno parlato di zaini volanti, allegri salti sul sedile ad ogni buca, e botte e urla e grida- il pover'uomo , da solo al comando di quel caos, pare abbia inchiodato il pullman in mezzo alla strada, tirato il freno a mano e tirato, anche , una serie pazzesca di moccoli irripetibili tanto quanto ciò che veniva pronunciato dalle bocche dei dolci pargoli.

- e quello che più mi dispiace è stato che di tutto questo gli altri genitori hanno dato la colpa ai bimbi Rom che frequentano saltuariamente la nostra scuola e grazie a uno sforzo d'iniziativa non indifferente del preside.
Mica a Ivan ,la danno, mica un po' a tutti i bimbi che non sono il massimo dell'educazione, ma ai rom, gli "zingari".
Il rappresentate ha detto che queste sono voci che lui aveva raccolto e che riportava quindi  all'assemblea.
A quel punto ha preso pacatamente e soavemente la parola una mia collega che da ieri è salita  alle stelle nelle mia personale graduatoria interna e ha preso a dire con il sorriso: "I bambini rom sono buoni, vengono a scuola e stanno seduti al banco e ascoltano senza disturbare quello che si dice in classe. E' la scuola,piuttosto, ad essere in debito verso questi bimbi perchè fa di tutto affinchè vengano a scuola ma poi non ha modi e mezzi per pensare a percorsi adatti a loro.

Ed è proprio così.I bambini rom hanno una magia nel loro sguardo come ce l'hanno tutte le persone la cui anima pare lontana e misteriosa a chi non la conosce. Sono un mondo sconosciuto e affascinante.
Sabrina , quando viene a scuola e m' incontra, mi saluta ironizzando "Ciao "Pleassssseeee"!!" ..ma noi svolgiamo il nostro programma, abbiamo la classe da seguire, che i bambini non consentono sconti d'attenzione e anche se alcune insegnanti  hanno presentato a inizio anno dei progetti per i rom tuttavia gli interventi si limitano a una banale e asettica alfabetizzazione.Questi bambini sono intelligenti e buoni davvero, non creano nessun problema di disciplina, ma nessuno.Sono intimiditi, spersi qua dentro, in un contesto di cui gli sfugge il senso che dovrebbe avere per loro.
L'altro giorno ne è sbucato uno in quinta, di 13 anni, in classe con me all'ultim'ora. Mi dice: "Maestra, io devo andare." "Come sarebbe 'devi andare'?" chiedo sorridendo "Ho da fare, poi io devo prendere il pullmino"
"Eh, ma io non ti posso far andare , e poi, il pullmino, non preoccuparti che ti aspetta!!"
Allora gli ho chiesto da dove viene e lui mi ha detto che viene da Roma, viveva a Monte Mario, e gli ho detto "ma lo sai che io pure ho abitato da quelle parti?" "Hai presente "Piazza Mazzini"? E lui, "Certo" , "E che altro conosci?" " Lepanto e Ottaviano" aggiunge " il Colosseo,bello, e piazza di Spagna!  Il lago di Bracciano,  Viterbo" E così, a pezzi e bocconi, siamo riusciti a chiacchierare, a fare un po' d'amicizia .E io ho pensato quanto sarebbe utile poter partire da lì, dal modo in cui questi bimbi, da un loro particolarissimo punto di vista, fatto di campi nomadi, di metro, di semafori, conoscono le nostre città e ci conoscono...

ma per fare questo occorrono alcuni requisiti:
-primo  fra tutti: evitare che l'altro faccia sempre il porco ruolo di capro espiatorio delle nostre schifezze, cosicchè i Rom non si carichino anche di colpe che non ricadono sulle loro piccole spalle.Che già ne hanno da scontare altre e pesanti di colpe agli occhi nostri.

Nell'esperienza di tempo limitato alla classe IV, i bambini documentarono per mezzo di testi orali, scritti e disegnati, le loro paure. In genere i bambini hanno paura degli zingari, anche se la loro vita nomade ha per loro un fascino; le voci che corrono in paese sono tutt'altro che buone, per fatti accaduti nel passato ma soprattutto per il rifiuto di accettarli come persone alla pari, con una loro particolare concezione del mondo e una loro umanità.
(Mario Lodi)

postato da ellea | 20:48 | commenti (3)
scuola, societĂ 


sabato, 06 gennaio 2007
 

8 gennaio

postato da ellea | 22:48 | commenti (5)
scuola


giovedì, 05 ottobre 2006
 

Bimbi

C'è una cosa che mi dispiace: non sono io a scegliermi i miei alunni ma sono loro a scegliere me.

Quando insegnavo alle materne ero particolarmente intenerita da certi bambini un po' timidi, goffi, silenziosi.Mi sentivo particolamente "adatta" per loro, e sentivo che avrei voluto dedicarmi a loro proprio perchè incontravano qualcosa di mio che forse aveva bisogno di crescere insieme a loro.

Ma un bel giorno varca la porta un bimbetto urlante, strepitante, avvinghiato al collo di suo padre che, garbatamente e con gentile risolutezza, me lo scaraventa in braccio e se ne va. In quel momento Lui è diventato il mio alunno, si è imposto a me con una forza  tale da oscurare tutti quei paffuti e dolci cuccioli che scomparivano ed erano silenziati dallo strepitìo e dalle trovate dell'ultimo arrivato.
Quel bimbo mi ha voluta come sua insegnante e non c'è stato verso:ho dovuto arrendermi, ho dovuto resettare le mie preferenze e i miei programmi.Ne sono seguiti due anni interessanti e un buon rapporto con il bimbo e con la sua famiglia.Ma è stato lui a scrivere il copione di quei due anni, la mia sarebbe stata un'altra storia.

Successivamente mi sono resa conto che la storia si è ripetuta: altri bimbi ho avvertito come quelli "adatti" a me, altri alunni sono riusciti a imporsi prepotentemente alla mia ( e non solo mia) attenzione.
Ed è ingiusto.E' ingiusto che dobbiamo prenderci cura di chi fa più casino per imporsi:il più rumoroso, il più capriccioso, il più indisciplinato, il più prepotente,quello che non ha freni,che non ha limiti e proprio per questo irrompe e scorrazza .
Mentre quelli che son più timidi, che hanno bisogno di più spazio e  più silenzio per esprimersi , che hanno più bisogno di una guida e di una rassicurazione rimangono  travolti dagli altri.

Non è un discorso giusto, lo so.Ma vorrei potermi scegliere gli alunni, a volte. Vorrei poter fare come lo psicoterapeuta privato che decide se può essere in grado o meno di dare il suo migliore e più efficace aiuto a un paziente piuttosto che un altro.


postato da ellea | 23:11 | commenti (2)
vita, scuola