Cutrettola

   

 



Creative Commons License
This work is licensed under a Creative Commons Attribution 2.5 License.Questo blog non è da considerarsi un prodotto editoriale ai sensi della legge n. 62 del 7.03.2001
link
Albe
Ally
Argonauti
Briula
Camogli
Carmilla
Contenebbia
Crazycoloncafè
Edera
Educare.it
Educazione e scuola
Every blog
Fuoridiclasse
Golem
Idakrot
Il forum de "Il faro della vita"
Il forum degli studentidipsicologia
Il forum di Letture al femminile
Il forum di opsonline
Il forum di Psiconline
il forum di sara
Il sito di leo (scuola)
Indice
Letteratura
Liber liber
Malricci 1
Malricci 2
marietta
mestierediscrivere
Mosche volanti
Muntu
Naddia
nedda
noircafe
pedagogia: i due blog
Pedagogika
Prometeo
psychoanalysis
Racconti
raccontioltre
Sabina Guzzanti
Scrittura creativa
Sinestesie
Storia moderna
Tiscali blog
viaggi di alex
il mio archivio
oggi
luglio 2009
marzo 2009
gennaio 2009
novembre 2008
ottobre 2008
settembre 2008
agosto 2008
luglio 2008
giugno 2008
maggio 2008
aprile 2008
marzo 2008
febbraio 2008
gennaio 2008
dicembre 2007
novembre 2007
agosto 2007
luglio 2007
giugno 2007
maggio 2007
marzo 2007
febbraio 2007
gennaio 2007
dicembre 2006
novembre 2006
ottobre 2006
settembre 2006
agosto 2006
le mie categorie
adozione
affido
amore
auguri
belli
emozioni psiche
fatti&misfatti
film libri musica
hobbies
io&glialtri
scuola
senza il pollice verde
sfiga
società
tivvù&blog&altrimedia
università
vita
counter
*loading* visite



domenica, 01 giugno 2008
 

Annemarie

Eutanasia di un'icona
di Melania Mazzucco




(Il Sole24ore)


Il 23 maggio del 1908, in una dimora patrizia di Zurigo, nacque Mina, terzogenita di Alfred Schwarzenbach e di Renée Wille. Col nome di Annemarie, sarebbe diventata – nonostante o a causa della sua morte ad appena 34 anni – una delle più singolari scrittrici svizzere del '900. A cento anni dalla nascita, la sua città le rende omaggio con una mostra intima e toccante, intitolata "Eine Frau zu Sehen", dal titolo di un suo racconto pubblicato per la prima volta quest'anno (Kein & Aber, 12,90). Scritto nel 1929, rimase inedito a causa della tematica, esplicitamente lesbica. Smarrito fra i manoscritti dell'archivio, è stato rinvenuto da Alexis Schwarzenbach, pronipote della scrittrice, curatore della mostra e autore anche del catalogo, "Auf der Schwelle des Fremden"(Rolf Heyne, 58,00), un volume ricchissimo di documenti e fotografie, forse definitivo per la biografia della scrittrice. La mostra al Museum Strauhof di Zurigo chiude oggi, ma andrà in tournée in altre città europee: speriamo che qualche istituzione svizzera vorrà portarla anche in Italia.
Si tratta di un itinerario affascinante in una vita intensa, ricostruita stanza dopo stanza attraverso centinaia di oggetti, filmati, libri, diari e fotografie. Il visitatore viene accolto da un abito brilluccicante, sospeso al soffitto: il costume del Cavaliere della Rosa che Annemarie, a quattordici anni, indossò per una recita di famiglia. Appassionati di musica, i suoi genitori – industriale della seta il padre, discendente del cancelliere von Bismarck la madre – erano infatti dei mecenati, che trasformarono la loro principesca villa sul lago di Zurigo in un sorta di teatro. Fin dall'infanzia, per volontà della madre Renée, la bambina (occhi grigi, capelli chiari, corpo snello, espressione sempre imbronciata) assunse un'identità maschile: come testimoniano alcune letterine qui esposte, si firmava Fritz. Ma fu appunto nei panni di Ottaviano, il Cavaliere della Rosa di Strauss, che Annemarie esibì per la prima volta pubblicamente la propria conturbante bellezza androgina. E quella maschera maschile, assunta inizialmente per compiacere la madre divenne con gli anni la sua più vera identità. Cresciuta tra collegi esclusivi, i privilegi dell'alta società e vacanze nei grandi alberghi di tutta Europa, Annemarie sviluppò una passione imprevista dalla sua famiglia: la scrittura. Diventare una scrittrice divenne il sogno e l'ossessione della sua vita. La madre l'avrebbe voluta almeno apparentemente conformista: lottò contro la figlia fino alla morte di lei. Annemarie trovò un'altra famiglia nei Mann, legando il proprio destino a quello dei figli di Thomas, l'attrice Erika e lo scrittore Klaus.
Del tentativo di Annemarie di trovare un punto fermo nella professione di archeologa, la mostra offre qualche reperto. Di un'esistenza via via più sradicata testimonia invece il passaporto: logoro e sfregiato da visti e timbri. Della sua breve ma fortunata carriera di fotoreporter testimonia una stanza intera, tappezzata di fotografie dall'Asia, dall'Africa, dall'Europa e dall'America, accompagnata da brevi frammenti dei suoi testi. Della sua torturante dipendenza dalla droga, invece, solo due fotografie sfocate scattate a Parigi nel 1936.
Al piano di sopra c'è poi una stanza bianca, che riassume le molte stanze delle cliniche e dei manicomi in cui dal 1935 Annemarie fu rinchiusa o si rinchiuse per curare la depressione, la dipendenza dalla droga, lo smarrimento esistenziale. Lungo i muri scorrono le perizie psichiatriche dei numerosi medici che si occuparono di lei: documenti finora inediti, perché accessibili solo ai familiari. E proprio in questa stanza il lettore e lo studioso della Schwarzenbach hanno la possibilità di rivivere e provare a decifrare i suoi ultimi due misteriosi e assurdi mesi di vita.
Annemarie lasciò il Congo nel marzo del 1942. Rientrò in Europa, diretta in Engadina, dove aveva deciso di acquistare una casa e stabilirsi per sempre. Il giorno del suo rientro, la madre cadde da cavallo e batté la testa. Annemarie andò a trovarla all'ospedale di Horgen. I rapporti fra madre e figlia si erano interrotti quando Renée l'aveva scacciata appena un anno prima: si riconciliarono. In Engadina Annemarie trascorse l'estate a scrivere. Era serena, anche se provata, come dimostra la fotografia che inviò alla sorella il 31 agosto. Il 6 settembre, mentre scendeva a Silvaplana, cadde dalla bicicletta: batté la testa e rimase tre giorni in coma. Al suo risveglio era molto confusa e agitata. Il fratello e il medico decisero di mandarla nella clinica di Prangins, dove era già stata ricoverata sei anni prima per un sospetto di schizofrenia. Fu l'inizio di un calvario in cui stupidità, incompetenza e crudeltà si sommarono con esiti fatali. I medici dissero che la confusione mentale di Annemarie o era la conseguenza della botta in testa o la manifestazione di una psicosi già latente prima della caduta. Nel dubbio fu sottoposta a elettroshock e insulino-terapia, che provocava una sorta di coma artificiale. Ovviamente, non guarì. Anzi, le terapie la resero solo più aggressiva e violenta. Il direttore si convinse di dover domare la sua presunta schizofrenia con un trattamento di shock sempre più invasivi. Annemarie rimase tre settimane nella clinica: quando arrivò la madre – che non aveva mai rivisto la figlia – non poté ripartire senza di lei. «Mamma mi ha tirato fuori dall'inferno di Prangins» scrisse con grafia tremolante all'amica Annigna Godli, che abitava a Sils-Baselgia. Vedendola, la nonna rimase sconvolta e annotò nel diario: «Povera Renée! Annemarie è totalmente malata di mente! O Dio!». Il 19 ottobre Annemarie tentò di scrivere di nuovo alla sua amica Annigna. Le sue ultime righe sono un documento straziante. La calligrafia frana lettera dopo lettera, fino a diventare incomprensibile e aliena. Si legge solo: Ti prego... per favore... baci...
Da quell'oscurità non ci fu ritorno. Annemarie fu spedita a Sils-Baselgia con un'infermiera. Era assente, muta, paralizzata, non parlava e non mangiava più. I medici continuavano a interrogarsi sulle cure adatte al suo strano male. Un fitto carteggio corse per tutta la Svizzera. Il 5 novembre il medico chirurgo Paul Gut riferì al collega Schindler la terapia concordata con la famiglia: «Il programma è così riassunto: eutanasia».
Il terribile documento è appeso alla parete. Su quella accanto scorrono ininterrottamente le immagini dei filmini di famiglia, girati da Reneé Schwarzenbach nel 1929. Annemarie, ventunenne, in sottoveste, danza per la madre, poi si inclina all'indietro. Sembra che stia cadendo, e invece sta solo facendo il "ponte". La stessa donna che la filmava con occhio innamorato autorizzò la terapia del dottor Gut. Annemarie morì il 15 novembre 1942.
31 maggio 2008


sabato, 03 maggio 2008
 

Caramel



E' un film tutto al femminile che mi ha ricordato molto il mondo delle donne e della loro varia umanità ritratto da Almodovar. Ambientato a Beirut dove, in un istituto di bellezza donne di diverse età, intrecciano le loro storie.E' un film gustosissimo, divertente ma veritiero nel cogliere drammi e sorrisi, pieno di colori e folklore popolare, attraversato da una sensualità dolce e struggente solo allusa e mai esibita.

postato da ellea | 22:19 | commenti
film libri musica


lunedì, 28 aprile 2008
 

Le stelle


"..la scienza cominciò con le stelle, nelle quali l'umanità scoprì le sue dominanti dell'incoscio, le cosiddette divinità; ed anche le strane qualità psicologiche dello zodiaco sono un'intera teoria caratterologica proiettata.L'astrologia è un'esperienza primordiale simile all'alchimia.Tali proiezioni si ripetono sempre dove l'uomo tenta di esplorare un vuoto tenebroso, riempiendolo involontariamente di figurazioni vive."

Jung, Psicologia ed alchimia
postato da ellea | 23:43 | commenti (1)
film libri musica


domenica, 27 aprile 2008
 

James Ellroy

 

"Ti sei fatta fregare da uno scadente sabato notte. Inerme, hai fatto una fine stupida e brutale.
La via di scampo che avevi imboccato ti offrì solo un breve rinvio. Mi avevi portato con te come portafortuna. Fallii come talismano - dunque oggi testimonio per te.
La tua morte caratterizza la mia vita. Voglio trovare l'amore di cui fummo privi ed esercitarlo in tuo nome.
Voglio divulgare i tuoi segreti. Voglio azzerare la distanza tra me e te.
Voglio darti vita.
"

Il libro è il culmine di una produzione i cui precedenti capitoli assumono il senso di "prove generali". Questa per Ellroy è la prova suprema, la sua vera storia e la storia della donna dalle chiome fulve, la Rossa, da cui non ha mai smesso di essere affascinato.

La pagina iniziale e la pagina finale del libro racchiudono l'intero significato, il perché Ellroy è diventato scrittore, e in particolare il perché de "I miei luoghi oscuri".
Costruire storie, eventi, persone nella mente, narrare dentro di sé, fino a produrre "il romanzo", prima solo nell'immaginazione, poi materialmente scrivendolo: questo è il filo che permette anche nei momenti più "oscuri" un aggancio alla vita, una forma di equilibrio intellettuale la cui perdita, anche solo momentanea, crea tanto panico da riportare Ellroy con sempre più energia a lasciare il degrado fisico e morale in cui si era gettato.
E poi "la Rossa". Una donna, "la donna", per lui ragazzino, per lui, giovane e poi, finalmente, per lui adulto, "la madre". L'odio e il disprezzo a lungo provato, scelto, fomentato dal padre, nei suoi confronti e l'attrazione violenta, aggressiva, sconvolgente per lei che era sesso e negazione, passione e rifiutos fino a recuperare attraverso l'attraversamento di tutti i luoghi oscuri della propria coscienza la sua figura vera, di lei donna che soffre, che cerca di vivere come può, come le è permesso, nella ottusa e violenta realtà americana.
La strada per questo itinerario psicologico viene spesso a sovrapporsi all'indagine poliziesca, anzi è proprio questa che Ellroy, dopo anni dall'omicidio, riapre, in modo minuzioso, quasi ossessivo, tenendo sempre, e per la prima volta dopo tutti quegli anni, davanti agli occhi le fotografie del cadavere della Rossa, per vederla così, nella più orribile e misera delle immagini, dopo le innumerevoli rappresentazioni mentali che di lei si era costruito.
Un cammino che porta a un ritrovamento, come nel più classico dei romanzi, interiore, se non fisico, dell'oggetto d'amore. Ma la strada per raggiungere l'oggetto d'amore è stato un viaggio nell'Inferno, l'inferno di un'America che abbandona chi non è in grado di mettersi in competizione, che propone modelli di vincenti e una realtà di sconfitti, che Ellroy guarda perennemente "dal margine", dal "sottosuolo".
www.wuz.it/archivio/cafeletterario.it/001/cafelib.htm


postato da ellea | 15:59 | commenti (1)
film libri musica


giovedì, 24 aprile 2008
 



Sto cercando di seguire un "filo", in questo periodo, nelle letture e nei film che scelgo e l'analisi in un certo senso mi spinge in questa direzione.
Ci sono dolori nelle vite di tutti, ma alcune persone hanno ripreso a vivere con troppa fretta concedendo poco tempo all'elaborazione.O magari, quando si sono fermate ad ascoltarsi non avevano gli strumenti giusti per capirsi realmente. Allora capita che quei dolori lasciano un buco nell'anima che prosciuga energie e magari vai avanti a vivere per anni come una macchina che perde benzina.
Questo libro di Lewis, quello di Helga Schnider, il film della Marazzi e altri libri e film di cui sto stendendo una lista formano insieme un repertorio di voci dal cui ascolto spero di ricevere aiuto.


Non è facile imbattersi in riflessioni sul dolore umano che aiutino l'animo a trovare speranza, senza svilire la fatica del lutto e della nostalgia per l'assenza della persona amata. “Diario di un dolore” di C.S.Lewis è uno di questi rari testi.
C.S.Lewis pubblicò, con lo pseudonimo di N.W.Clerk. lo splendido A Grief Observed (letteralmente “Osservando un sepolcro”, tradotto in italiano dall'Adelphi, con il titolo “Diario di un dolore”, Milano, 1990) le riflessioni autobiografiche suscitate nel suo animo dalla morte della moglie Joy Davidman Gresham, che aveva sposato quattro anni prima e con la quale aveva avuto due figli. Il volume è del 1961, solo un anno dopo la morte di Joy. Lewis vivrà fino al 1963.
Lewis ci ha lasciato, anche un suo secondo libro autobiografico precedente, “Surprised by Joy” (“Sorpreso dalla gioia”, con il voluto gioco di parole “gioia” e “Joy”), scritto nel 1955, nel quale racconta la sua conversione in età giovanile alla fede cristiana. Sono ancora più noti i suoi bellissimi scritti sul cristianesimo, come le famose “Lettere di Berlicche”, immaginario epistolario del diavolo Berlicche che scrive a suo nipote Malacoda, inesperto nell'arte di condurre a perdizione l'uomo, su come aiutare l'animo umano a smarrire la via di Dio, lettura a rovescio della via di salvezza, nella quale Dio è chiamato, l'Avversario nostro, libro pieno di sapienza cristiana e di humour finissimo, o come il noto “Il cristianesimo così com'è”, discorso a temi a difesa del cristianesimo, nel quale l'autore inglese affronta le principali critiche rivolte al cristianesimo e ne espone la bellezza delle principali affermazioni.
Lewis è noto anche per i suoi romanzi di fantascienza, come “Le cronache di Narnia” e per la sua amicizia con J.R.R.Tolkien, l'autore de Il signore degli anelli. L'anglicano Lewis ed il cattolico Tolkien furono infatti legati da profondo affetto e scambio intellettuale e spirituale.
Il lutto di C.S.Lewis è narrato anche nel film Viaggio in Inghilterra (Shadowlands), di Sir Richard Attenborough, che ha fatto conoscere ancor più la sua figura in tutto il mondo.

di Andrea Lonardo

postato da ellea | 20:21 | commenti
film libri musica


mercoledì, 23 aprile 2008
 

Lasciami andare, madre


di GABRIELLA ALÚ


Berlino, luglio 1941.

La piccola Helga Schneider di quattro anni e il fratellino Peter vengono abbandonati dalla loro madre.

La donna, fanatica nazista, lascia anche il marito Stefan per andare ad arruolarsi nelle SS, l'ordine nero di Himmler.

Diventerà una delle più spietate guardiane del campo di sterminio di Birkenau.

Helga rivedrà sua madre solo altre due volte nella vita.

Il .primo incontro (riportato in un altro libro della Schneider "Il rogo di Berlino") avviene trent'anni dopo. Nel corso di esso la madre mostra con fierezza, alla figlia annichilita e nauseata, la sua divisa di SS offrendole anche, in dono, manciate dell'oro rubato agli ebrei.

Helga fugge inorridita.

Lasciami andare madre è il racconto del secondo ed ultimo incontro, un drammatico e definitivo faccia a faccia che si svolge a Vienna nel 1998.

La madre è ormai prossima a morire.

Per la figlia, la conseguenza del brutale abbandono materno è stata una vita vissuta nel dolore dell'assenza. Dal 1963 si è trasferita in Italia dove tutt'oggi risiede e lavora.

Ha tentato in mille modi di spezzare il legame che, suo malgrado, la unisce alla madre "perfino rinunciando alla mia madre lingua" (la Schneider infatti non usa il tedesco e tutti i suoi libri sono scritti in italiano).

In questo impietoso resoconto autobiografico di un "atroce sdoppiamento" Helga Schneider descrive da un lato la ripugnanza per le atrocità commesse dalla madre, dall'altro il bisogno di sapere, di conoscere tutto, per potere infine riuscire ad odiarla

E la madre, questa donna "furba, sleale, ipocrita" parla. Incalzata dalla figlia, descrive senza un'ombra di pentimento e con abbondanza di agghiaccianti particolari le nefandezze di cui è stata responsabile.

"Fatti odiare, madre!" è il disperato urlo interiore di Helga "solo odiandoti sarei finalmente capace di strapparmi dalle tue radici. Ma non posso, non ci riesco" (p.73).

Helga si accorge infatti che, se certo non può amare sua madre, non riesce però nemmeno ad odiarla: la forza della procreazione vince sulle colpe materne.

"E' pur sempre mia madre, e quando se ne andrà una parte di me se ne andrà con lei. Ma quale? Non trovo risposta a questa domanda" (p.68).

Libro di grande tensione emotiva e non certo di facile lettura, "Lasciami andare madre" è un testo doloroso e prezioso.

Non solo, infatti, ci offre una della pochissime testimonianze dirette della tragedia vissuta dai figli – innocenti – dei carnefici.

Ci permette anche di scrutare all'interno di un complesso rapporto madre-figlia nel quale la figura materna, piuttosto che simbolo di dolcezza, creazione e vita si manifesta come dispensatrice di sofferenza, morte, tortura.

Dev'essere stato difficilissimo, per Helga Schneider, scrivere queste pagine.

Non si può che esserle grate per aver trovato la forza e il coraggio di parlarci di questa "storia mancata di una madre e di una figlia. Una non storia. Lasciami andare, madre" (pag.128).

Di aver trovato "le parole per dirlo".
postato da ellea | 22:26 | commenti (4)
film libri musica


sabato, 09 febbraio 2008
 

Caos calmo



Meraviglioso.



Seduta in ultima fila, un sabato pomeriggio alle 16.00, in una platea da terza età silenziosissima, mi sono sprofondata in questo film meraviglioso.
Commuove fino alle lacrime la storia di Pietro che perduta la moglie decide di cambiare il suo punto di vista sul mondo prendendolo ad osservare e a sperimentare dalla panchina posta davanti alla scuola elementare della figlia.
Quel posto circoscritto nel perimetro di poche decine di metri racchiuse tra l'ingresso della scuola, il chiosco di un bar, il parcheggio delle auto diviene lo sfondo sul quale si intrecciano i fili di relazioni umane straordinarie, nuove e pregnanti per Pietro: dalla ragazza che esce tutte la mattine per portare a spasso il suo cane, al bambino down con il quale si instaura la dolce consuetudine di un saluto inviato con il fanale lampeggiante dell'auto, alla inedita frequentazione delle mamme alle quali Pietro si unisce  o per salutare i bambini all'ingresso e all'uscita da scuola, o  per parlare del furto in classe di un mazzo di  carte dei Gormiti,o  per partecipare agli incontri con la psicologa promossi dal gruppo "genitorinsieme".Quel piccolo spazio diviene anche il luogo dove Pietro riceve e discute con  i suoi colleghi di lavoro, i quali si adattano alla sua scelta di trascorrere lì il suo tempo, questo primo tempo dopo la perdita della moglie.
Il tema del film è quindi il tema del lutto  e della sua elaborazione che si compie nei pressi di quella panchina, e tu ne segui lo svolgersi lungo una parabola  che dura lo spazio di quattro mesi, da settembre a natale, e che muove dall'anestesia del dolore , alla sua irruzione e al suo superamento  attraverso episodi salienti ma anche minimi però sempre condivisi con qualcuno.

Una recensione del bel libro di Veronesi qui 
www.wuz.it/archivio/cafeletterario.it/391/cafelib.htm

postato da ellea | 20:29 | commenti (4)
film libri musica


sabato, 02 febbraio 2008
 

Aldilà





"Chi si avvicina alla morte scopre a volte che l’esperienza dell’aldilà gli viene proposta nell’esperienza stessa della vita. La vita non ci conduce forse da un aldilà all’altro, al di là di noi stessi, al di là delle nostre certezze, al di là dei nostri giudizi, al di là dei nostri egoismi, al di là delle apparenze? Non ci invita a continui passi avanti, a rimetterci in discussione, a superamenti continui?"

 Marie de Hennezel, La morte amica


sabato, 26 gennaio 2008
 



F. Scott Fitzgerald's Briefcase


On reading :
Tenera è la notte

Speriamo bene, perchè ho dato un'occhiata alla biografia di questo grande dell'età del jazz e mi  è sembrata  una vita molto triste e drammatica e il romanzo narra una vicenda autobiografica.

"Tenera è la notte narra un amore esigente e crudele vissuto, anzi patito, come un peccato capitale,l'incapacità di salvarsi non solo di un uomo dotato di troppo talento e troppo sensibile, ma anche di molti fra i migliori di un'intera generazione tradita dai nervi. La malattia di Nicole, moglie e paziente, come rappresentazione del collasso  mentale delle vittime di uno stile di vita insostenibile,il fallimento di Dick Diver, marito e medico, come rappresentazione del collasso morale delle vittime del denaro corruttore, mimano oltre al dramma di Zelda Sayre e di Francis Scott Fitzgerald lo spereco di tante altre vite belle e dannate tra le due grandi guerre."

postato da ellea | 23:06 | commenti (3)
film libri musica


domenica, 20 gennaio 2008
 

Samovar



Ho appena finito di leggere il romanzo di Dostoevskij, Umiliati e offesi, bellissimo. Mi ha particolarmente intrigata il personaggio del Principe bello e dannato la cui visione del mondo è perfettamente scolpita in una pagina che riporto in fondo a questo post.
Ma grazie al romanzo ho anche fatto la scoperta, tardiva, del Samovar di cui ho cercato immagini e informazioni:

I russi come tutti i popoli nordici amano bere, oltre agli alcolici, il tè. Tè molto buono, di tutti i tipi, da far invidia a un inglese.
Ma non tutti usano le bustine, soprattutto a casa. Non so se si tratti di un residuato sovietico, della ristretta disponobilità anche di generi alimentari, fatto sta che i russi prendono le foglie di tè e le fanno infondere in una teiera.Terminato il tè, la teiera conserva però al suo interno ancora un pò di acqua con le foglie, in modo tale che la prossima volta che si desidererà bere un pò di bevanda sarà necessario solo bollire un pò d'acqua separatamente da aggiungere in parte alla teiera, in parte direttamente in tazza, per regolare così il grado di "concentrazione" dell'infuso.
Questa acqua con foglie in teiera è quasi sempre presente nelle case russe e  si chiama Zavarka, nome che Kovalev sul suo dizionario traduce come "infuso".
Ma la zavarka è più che un infuso, è un concetto che esprime té sempre pronto per essere bevuto da soli e in compagnia e
i Samovar servono a conservare sempre un pò di acqua calda per la zavarka!

images.google.it/imgres







- Dunque, caro il mio poeta, voglio rivelarvi un mistero di cui forse non avete la minima idea. Sono sicuro che in questo momento mi giudicate un peccatore, o addirittura un farabutto, un mostro di dissolutezza e di depravazione. Ma ecco quel che voglio dirvi: se soltanto potesse avvenire (il che d'altronde data la natura umana non avverrà mai) se potesse dunque avvenire che ciascuno di noi sciorinasse tutti i suoi segreti più gelosi, ma in modo da non temere di non spifferare non solo quel che non oserebbe dire e non direbbe a nessun costo ad altri, non solo quello che si perita di confidare ai suoi migliori amici, ma anche quel che non osa talora confessare a se stesso, allora si spanderebbe nel mondo un tale fetore, che tutti noi ne rimarremmo asfissiati.Ecco perchè, sia detto fra parentesi, le nostre convenzioni mondane e le leggi della buona creanza sono così utili.C'è in esse un concetto profondo, non direi morale, ma semplicemente profilattico, agevolatore, il che s'intende, è ancora meglio, giacchè la morale, in fondo, non è che una comodità, una cosa escogitata unicamente per rendere la vita più agevole.[..] voi mi accusate di perversione, di dissolutezza, d'immoralità, mentre io, forse, ho una sola colpa, quella di essere più sincero degli altri, e basta; di non nascondere, insomma, ciò che gli altri celano perfino a se stessi...
postato da ellea | 19:16 | commenti (2)
film libri musica