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mercoledì, 05 novembre 2008
Durante la mia prima psicoterapia ho avuto una depressione molto forte e seppure riuscivo a nascondere ansia e dolore che mi attanagliavano, tuttavia quello che temevo si vedesse di più era una sorta di "alienazione", un intorpidimento della coscienza, della capacità di essere presente alle situazioni. Il buio della mia anima mi avvolgeva interamente e mi pareva davvero assurdo vedere che la vita palpitava intorno a me mentre dentro di me avevo un senso di morte profonda. D'altra parte, però, lavorare con i bambini mi ha aiutato tantissimo perchè ti caricano di energia vitale e ti buttano addosso una forte richiesta di attenzione e di affetto. Alla resa dei conti, il mio lavoro mi ha aiutata a scuotermi per una sorta di legge del contrappasso: tanto era esiccato in me ogni slancio vitale quanto era potente lo slancio vitale nei bambini che avevo d'intorno che non potevo non farmene contagiare.
Attualmente, da quando faccio analisi vera, non ho più avuto dei veri e propri crolli.La mia depressione serpeggia più o meno velatamente e continua ad essere il sottobosco del mio umore che però, in superficie, si è fatto più equilibrato e a tratti sereno. Una mia collega, conosciuta l'anno scorso, dopo avermi fatto alcune domande sulla mia biografia mi ha detto che lei,in effetti, aveva intuito che in me c'era una tristezza radicata, sotterranea. Il fatto che questo è ciò che trapela in un periodo in cui non sto a pezzi ..anzi, mi ha fatto un po' preoccupare, in definitiva.
Se devo ricavare da questo un segnale sulla mia analisi ho come l'impressione che la mia analista per il momento cerchi di costruire una situazione di pacata emersione dei dolori: li visitiamo soprattutto attraverso il lavoro sui sogni, ma ci andiamo in punta di piedi con la consapevolezza che cercandoli li troveremo, quei dolori, e li ascolteremo. Niente scossoni o disperazioni,nessuna folgorante illuminazione; forse è ancora presto, forse c'è bisogno di questa atmosfera da temporale appena finito e da ricognizione della devastazione prodotta ma con la fiducia e la speranza che tutto si possa rasserenare..
martedì, 05 agosto 2008
A cosa serve l'analisi? Forse che serve a prepararci per affrontare il mondo fuori?
Per quella che è la mia esperienza, l' analisi non mi sta preparando ad affrontare il mondo fuori, almeno non in modo così programmatico. Piuttosto di quel mondo io riporto costantemente in seduta l'esperienza che ne faccio, le emozioni che mi suscita, le difficoltà che vi incontro. Questa elaborazione mi serve per riconoscere il mio modo di starci, nel mondo; ed è questo che più importa,perchè io credo che il mondo esterno esista in relazione al modo in cui io lo "allucino".
Diceva una mia amica:
"Le sedute più belle , più significative , da quando sono in analisi, sono state quelle dalle quali sono uscita in stato di choc, perchè ho scoperto delle cose su me stessa che nessun altro sa, neanche chi mi è accanto da vent'anni e, stranamente, non mi ha ancora strozzato
Credo di essere innamorata non tanto dello psicanalista, quanto dell'esperienza in sè, un cammino doloroso, niente affatto rassicurante, come ingenuamente avevo pensato quando l'ho intrapreso".
Ecco, per quanto l'analisi sia un'esperienza di relazione nuova, diversa, sicuramente intima e profonda, certamente non è rassicurante.L'analisi è un torchio che tritura a volte: come fai ad incontrarti con lutti, dolori, ombre, frustrazioni e compagnia cantante e sentirti,per dire, in un'isola felice.Il fatto è che quel dolore salva, proprio perchè lo si affronta in una relazione adatta,poco importa se questa risulta dura o morbida, se è efficace e sana la si sopporta per quel che è...
Io credo che sia determinante che il terapeuta sia ad un gradino dell'evoluzione personale superiore ma in linea rispetto a quello cui tende il paziente.
domenica, 01 giugno 2008
Eutanasia di un'icona
di Melania Mazzucco

(Il Sole24ore)
Il 23 maggio del 1908, in una dimora patrizia di Zurigo, nacque Mina, terzogenita di Alfred Schwarzenbach e di Renée Wille. Col nome di Annemarie, sarebbe diventata – nonostante o a causa della sua morte ad appena 34 anni – una delle più singolari scrittrici svizzere del '900. A cento anni dalla nascita, la sua città le rende omaggio con una mostra intima e toccante, intitolata "Eine Frau zu Sehen", dal titolo di un suo racconto pubblicato per la prima volta quest'anno (Kein & Aber, 12,90). Scritto nel 1929, rimase inedito a causa della tematica, esplicitamente lesbica. Smarrito fra i manoscritti dell'archivio, è stato rinvenuto da Alexis Schwarzenbach, pronipote della scrittrice, curatore della mostra e autore anche del catalogo, "Auf der Schwelle des Fremden"(Rolf Heyne, 58,00), un volume ricchissimo di documenti e fotografie, forse definitivo per la biografia della scrittrice. La mostra al Museum Strauhof di Zurigo chiude oggi, ma andrà in tournée in altre città europee: speriamo che qualche istituzione svizzera vorrà portarla anche in Italia.
Si tratta di un itinerario affascinante in una vita intensa, ricostruita stanza dopo stanza attraverso centinaia di oggetti, filmati, libri, diari e fotografie. Il visitatore viene accolto da un abito brilluccicante, sospeso al soffitto: il costume del Cavaliere della Rosa che Annemarie, a quattordici anni, indossò per una recita di famiglia. Appassionati di musica, i suoi genitori – industriale della seta il padre, discendente del cancelliere von Bismarck la madre – erano infatti dei mecenati, che trasformarono la loro principesca villa sul lago di Zurigo in un sorta di teatro. Fin dall'infanzia, per volontà della madre Renée, la bambina (occhi grigi, capelli chiari, corpo snello, espressione sempre imbronciata) assunse un'identità maschile: come testimoniano alcune letterine qui esposte, si firmava Fritz. Ma fu appunto nei panni di Ottaviano, il Cavaliere della Rosa di Strauss, che Annemarie esibì per la prima volta pubblicamente la propria conturbante bellezza androgina. E quella maschera maschile, assunta inizialmente per compiacere la madre divenne con gli anni la sua più vera identità. Cresciuta tra collegi esclusivi, i privilegi dell'alta società e vacanze nei grandi alberghi di tutta Europa, Annemarie sviluppò una passione imprevista dalla sua famiglia: la scrittura. Diventare una scrittrice divenne il sogno e l'ossessione della sua vita. La madre l'avrebbe voluta almeno apparentemente conformista: lottò contro la figlia fino alla morte di lei. Annemarie trovò un'altra famiglia nei Mann, legando il proprio destino a quello dei figli di Thomas, l'attrice Erika e lo scrittore Klaus.
Del tentativo di Annemarie di trovare un punto fermo nella professione di archeologa, la mostra offre qualche reperto. Di un'esistenza via via più sradicata testimonia invece il passaporto: logoro e sfregiato da visti e timbri. Della sua breve ma fortunata carriera di fotoreporter testimonia una stanza intera, tappezzata di fotografie dall'Asia, dall'Africa, dall'Europa e dall'America, accompagnata da brevi frammenti dei suoi testi. Della sua torturante dipendenza dalla droga, invece, solo due fotografie sfocate scattate a Parigi nel 1936.
Al piano di sopra c'è poi una stanza bianca, che riassume le molte stanze delle cliniche e dei manicomi in cui dal 1935 Annemarie fu rinchiusa o si rinchiuse per curare la depressione, la dipendenza dalla droga, lo smarrimento esistenziale. Lungo i muri scorrono le perizie psichiatriche dei numerosi medici che si occuparono di lei: documenti finora inediti, perché accessibili solo ai familiari. E proprio in questa stanza il lettore e lo studioso della Schwarzenbach hanno la possibilità di rivivere e provare a decifrare i suoi ultimi due misteriosi e assurdi mesi di vita.
Annemarie lasciò il Congo nel marzo del 1942. Rientrò in Europa, diretta in Engadina, dove aveva deciso di acquistare una casa e stabilirsi per sempre. Il giorno del suo rientro, la madre cadde da cavallo e batté la testa. Annemarie andò a trovarla all'ospedale di Horgen. I rapporti fra madre e figlia si erano interrotti quando Renée l'aveva scacciata appena un anno prima: si riconciliarono. In Engadina Annemarie trascorse l'estate a scrivere. Era serena, anche se provata, come dimostra la fotografia che inviò alla sorella il 31 agosto. Il 6 settembre, mentre scendeva a Silvaplana, cadde dalla bicicletta: batté la testa e rimase tre giorni in coma. Al suo risveglio era molto confusa e agitata. Il fratello e il medico decisero di mandarla nella clinica di Prangins, dove era già stata ricoverata sei anni prima per un sospetto di schizofrenia. Fu l'inizio di un calvario in cui stupidità, incompetenza e crudeltà si sommarono con esiti fatali. I medici dissero che la confusione mentale di Annemarie o era la conseguenza della botta in testa o la manifestazione di una psicosi già latente prima della caduta. Nel dubbio fu sottoposta a elettroshock e insulino-terapia, che provocava una sorta di coma artificiale. Ovviamente, non guarì. Anzi, le terapie la resero solo più aggressiva e violenta. Il direttore si convinse di dover domare la sua presunta schizofrenia con un trattamento di shock sempre più invasivi. Annemarie rimase tre settimane nella clinica: quando arrivò la madre – che non aveva mai rivisto la figlia – non poté ripartire senza di lei. «Mamma mi ha tirato fuori dall'inferno di Prangins» scrisse con grafia tremolante all'amica Annigna Godli, che abitava a Sils-Baselgia. Vedendola, la nonna rimase sconvolta e annotò nel diario: «Povera Renée! Annemarie è totalmente malata di mente! O Dio!». Il 19 ottobre Annemarie tentò di scrivere di nuovo alla sua amica Annigna. Le sue ultime righe sono un documento straziante. La calligrafia frana lettera dopo lettera, fino a diventare incomprensibile e aliena. Si legge solo: Ti prego... per favore... baci...
Da quell'oscurità non ci fu ritorno. Annemarie fu spedita a Sils-Baselgia con un'infermiera. Era assente, muta, paralizzata, non parlava e non mangiava più. I medici continuavano a interrogarsi sulle cure adatte al suo strano male. Un fitto carteggio corse per tutta la Svizzera. Il 5 novembre il medico chirurgo Paul Gut riferì al collega Schindler la terapia concordata con la famiglia: «Il programma è così riassunto: eutanasia».
Il terribile documento è appeso alla parete. Su quella accanto scorrono ininterrottamente le immagini dei filmini di famiglia, girati da Reneé Schwarzenbach nel 1929. Annemarie, ventunenne, in sottoveste, danza per la madre, poi si inclina all'indietro. Sembra che stia cadendo, e invece sta solo facendo il "ponte". La stessa donna che la filmava con occhio innamorato autorizzò la terapia del dottor Gut. Annemarie morì il 15 novembre 1942.
31 maggio 2008
sabato, 02 febbraio 2008
 
"Chi si avvicina alla morte scopre a volte che l’esperienza dell’aldilà gli viene proposta nell’esperienza stessa della vita. La vita non ci conduce forse da un aldilà all’altro, al di là di noi stessi, al di là delle nostre certezze, al di là dei nostri giudizi, al di là dei nostri egoismi, al di là delle apparenze? Non ci invita a continui passi avanti, a rimetterci in discussione, a superamenti continui?"
Marie de Hennezel, La morte amica
venerdì, 25 gennaio 2008
"Nessun uomo è un'isola, intero per se stesso. Ogni uomo è un pezzo del continente, una parte della terra. Se una zolla viene portata dall'onda del mare, l'Europa ne è diminuita, come se un promontorio fosse stato al suo posto, o una magione amica, o la tua stessa casa. Ogni morte di uomo mi diminuisce perché io partecipo dell'umanità. E così non mandare mai a chiedere per chi suona la campana: essa suona per te." John Donne
Io credo di essera affetta da qualcosa che è imparentata,più o meno alla lontana, con la Sindrome di Asperger. Riconosco in me comportamenti simil-autistici: sono evitante rispetto alle relazioni sociali, sento tutto il peso delle difficoltà di comunicazione con gli altri, adoro rifugiarmi nel conforto delle mie quattro mura di casa dove posso finalmente riprendere e seguire il filo dei miei pensieri e abbandonarmi alle mie passioni e ai miei interessi.
La settimana lavorativa è davvero faticosissima e non tanto per le mansioni che mi richiede, che anzi rappresentano l'aspetto più divertente, quello dal quale posso trarre un minimo di gratificazioni . La settimana lavorativa è faticosissma per la quantità di "rapporti" cui mi espone. Vedo quotidianamente un'alta quantità di persone e tutti quei contatti con le loro richieste sono concentrati in 5 ore : in 5 ore vedo 50 bambini e 6 colleghe di team con cui lavoro a stretto contatto, vedo altre 20 colleghe circa con cui a volte mi sfioro soltanto, a volte devo risolvere questioni, affrontare richieste e dare risposte o prendere decisioni in breve tempo; devo dosare le energie a evitare di "calarmi" troppo in qualche cosa e rimanere a secco di forze per un'altra cosa; devo affrontare conversazioni o scambi con persone che spesso non hanno tempo per ascoltare e che vogliono risposte rapide, concise e pertinenti...e per me, che tendo a "sviluppare" il mio punto di vista, è davvero un problema..
Soffro molto per la sensazione di non riuscire ad entrare in "comunicazione" distesa con l'altro..ho sempre l'impressione di essere una corda stonata in un coro più o meno armonico. E questo non perchè io percepisca romanticamente me stessa come una persona ricca di contenuti che la sordità del mondo non ascolta o non ha la sensibilità di comprendere (come mi pare invece sia il caso del bambino protagonista del film di Truffaut della foto che è spuntata quando ho cercato su goggle "incomunicabilità") .Credo che invece dipenda da un mio egocentrismo, da un'eccessiva attenzione ai miei moti interiori e a una eccessiva tendenza all'autoreferenzialità che comporta come conseguenza quella di sentire un certo scostamento verso chi riesce maggiormente a modulare se stesso con l'altro, e non importa in che modo o per che fine.
Sto seguendo, in questo periodo, un corso sulla "disabilità e l'integrazione" e sento tutto il peso emotivo della casistica clinica che viene presentata e nella quale, come evidente, finisco col rintracciare parti di me; ma sento anche la difficoltà dell'immedesimarsi nell'altro non più per identificazione ma come polo di una relazione in cui io devo capire e aiutare..
martedì, 27 novembre 2007
..è un problema, per me.
venerdì, 31 agosto 2007
Di cosa è fatta un'estate?
E' fatta di momenti trattenuti, di presenti dilatati.
Di pigrizie incoraggiate e di dormite.
Di sogni che si ricordano al mattino, di umori che impregnano.
Di una vita non vissuta, ma sospesa.
Di camminate al mercato.
Di acqua fredda che gela ma poi invita,
e di nuotate .
Di pelle che s'imbruna e di occhi che cambiano colore.
Di libri sull'asciugamano.
Di gambe che pedalano e rincorrono discese .
Di pensieri .
Di tristezze che sfiorano la mente.
Di progetti che forse si faranno.
Di biancheria lavata e stesa al sole
Di lenzuola fresche sulla pelle nuda.
Di film gustati sul divano.
Di ripari dalle offese di ogni giorno.
E dopo tutto è piacevole ripartire,
sperando di fare ancora qualche passo avanti,
sperando di raccogliere qualche frutto dalle fatiche passate..anno dopo anno.
sperando in nuovi incontri e in nuove emozioni..
sperando di contenere la paura e la malinconia.
sabato, 14 luglio 2007
Picasso, Le jeune peintre
"C'è un quadro che Picasso dipinse a 91 anni, un anno prima della morte, intitolato "Il giovane pittore".E' lo schizzo ad olio,buttato giù liberamente con ampie pennellate- bianchi, grigi, blu ardesia e nero -, di un volto piccolo,di ragazzo,dagli occhi scuri,pungenti e incavati, che ti fissa da sotto un grande cappello floscio,con in mano una tavolozza e un pennello.Il bianco su bianco gli conferisce un che di fantasma,di clown, di angelo, ma anche di osservatore innocente, per quanto vivo e intensamente concentrato, la cui
vivacità mercuriale è stata appena colta dal pittore.[...]
Sulla tela è fissato il Picasso invisibile, un autoritratto del demone che lo abitò per tutta la vita. Alla fine, emerge e si rivela.
E dice: " Eccomi.E' questo che sei, Picasso.Tu sei me, il pittore sempre giovane.Io sono il clown, l'innocente, l'occhio vivace,l'occhio scuro, il Mercurio dai rapidi movimenti, la sentimentale malinconia del colore bluastro,il ragazzino.Il sono il tuo fantasma.Ora puoi vedere chi ti spinge,cosa ti ha mantenuto fresco e ardente.Adesso puoi morire."
E' come se Picasso avesse realizzato e attualizzato e individuato questo personaggio per tutta la vita,fin da quando era un pittore adolescente eccezionalmente dotato.
Un ritratto del nucleo germinale,della ghianda, dipinto dalla quercia.
L'immagine di Picasso conferma la teoria secondo la quale il compito principale non è la mia individuazione, ma l'individuazione dell'angelo: la materializzazione con colori,pennelli, e tela del demone di Picasso.
Nel ta'wil (arte di leggere e interpretare la vita) dobbiamo leggere le cose tornando alle loro origini e al loro principio,ai loro archetipi.
Nel ta'wil bisogna riportare le forme sensibili alle forme immaginative e poi risalire ai significati più alti.[...]Questa idea può essere applicata anche alla nostra vita:dobbiamo cominciare con l'angelo, il giovane pittore che sta cercando di entrare nel mondo sensibile ed individuarsi attraverso la vita di Picasso."
Come mai questo?Perchè l'attività primaria della vita è l'immaginazione."
Hillman-Ventura "Cent'anni di psicoanalisi.."
domenica, 01 luglio 2007
Un autore della letteratura italiana che io adoro è Italo Calvino.
Leggere i suoi libri ha su di me un effetto "antidepressivo". Sa attraversare i temi più tosti della vita con "leggerezza" e con ironia . E scrive racconti in cui la ponderosità/profondità delle riflessioni che li sostengono sono calati nella semplicità.
Inoltre è un ligure d'adozione e ha assorbito l'asperità di quelle terre di mare , ma ha abitato anche a Castiglion della Pescaia dove le asperità si addolciscono nella "paciosità" della Maremma.
Io adoro quei luoghi.
Ogni settimana,per tutto un anno scolastico, ho incontrato 169 bambini. Ho navigato in mezzo a emozioni allo stato puro, in mezzo agli affetti,dolorosi o allegri a secondo dei casi.E son tornata a casa ogni giorno "piena", piena di questo bagno nell'umanità che riempie e appaga e fa crescere e potrebbe rendere, a saperci fare, un po' meno carogne.
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