Cutrettola

   

 



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venerdì, 11 gennaio 2008
 

Cuori di cuccioli




Oggi A.. ha lasciato la sua classe e da domani mattina frequenterà una nuova scuola.
Prima delle vacanze ci aveva accennato a questa eventualità che si è venuta a prospettare perchè  lui  e la sua famiglia hanno da poco cambiato casa e si sono trasferiti in un quartiere diverso da quello a cui appartiene la mia scuola. Quel quartiere è sufficientemente distante da rendere impossibile allo scuolabus di cambiare il percorso abituale seguito finora. I genitori, a dire il vero, hanno battagliato perchè questo cambiamento non avvenisse e si sono rivolti agli "addetti" , hanno litigato e brigato, ma la soluzione non si è trovata.

Il fatto è che la vita pratica con le sue spietate esigenze non dà certo conto alle ragioni della vita affettiva ed emotiva, nè le urgenze cui è sottoposta la vita degli adulti dà loro modo di predisporre, sempre, le cose in modo da tale da tenere conto delle esigenze dei bambini e di prepararli alle strattonate  che devono affrontare contro la loro volontà. Stamani è stato all'improvviso che  il padre di A.. è arrivato e ci ha detto :"Sono venuto a prendere A., devo protarlo via adesso perchè dopo devo rientrare a lavoro, ma io sono innanziutto passato per  avvertirvi che A. da domani cambia scuola". Noi, insegnanti, siamo rientrate in classe, abbiamo chiamato A. e abbiamo dato a lui e ai suoi compagni, il tempo per salutarsi.
A. e F, l'uno indiano e l'altro polacco, si stringono in un abbraccio sincero e commosso e piangono. Era un pianto profondo e davvero disperato, rimanevano attaccati l'uno all'altro, e giù lacrime e singhiozzi. Il nostro mondo di adulti non ha tempo di considerare quanto veri, autentici e intensi possano essere i sentimenti di amicizia tra bambini. Ma forse ancora più profonda e intensa era quella tra questi due bambini , già strappati dalle loro case, dalla loro terra per le esigenze e le urgenze delle loro famiglie e che si erano trovati insieme in  questa classe scoprendo, forse senza nemmeno il bisogno di spiegarselo più di tanto, di avere molto in comune.
postato da ellea | 21:21 | commenti (1)
amore, vita, scuola


venerdì, 10 agosto 2007
 

Rom




Questi bambini si sono affacciati con discrezione nella mia esistenza e ho idea che vi rimarranno per un bel po’.

Nella mia vita prima di ora non mi ero mai soffermata con la dovuta attenzione a pormi domande su chi fosse questo popolo, la mia esistenza scorreva dentro i binari normali, un po’ chiusi di chi appartiene a una storia già scritta e si adopera per realizzarla. A volte l’appartenenza è davvero una chiusura che limita sia la vista che la mente e l’esperienza.

Una luce su questa gente prese a lanciarla, indirettamente, l’amica di una mia amica.Frequentavano la Scuola di Servizi sociali e una di loro aveva fatto una tesi sui rom ed era andata  a conoscerli direttamente nei campi nomadi. Rimasi affascinata dalla discussione su quel lavoro perchè per la prima volta sentivo parlare di queste persone in un modo diverso, con una disposizione  d’animo e d’intelletto diversa da quella ordinaria propria del luogo comune ,sovente contrastato da un altro luogo comune:“diffidate dai rom perchè rubano“ (primo luogo comune)- „non dobbiamo essere razzisti“ ( secondo luogo comune assolutamente inutile se non si sposta oltre un’enunciazione politicamente corretta).Nel caso, invece, di quella ragazza e della sua tesi di laurea si andava oltre: era un caso di vera militanza, di osservazione partecipata sul campo fatta per conoscere, per aprirsi verso quei popoli, concretamente, ben al di là delle parole e dei principi.

L’anno scorso ho avuto il trasferimento in una scuola situata alla periferia della mia città  alla quale sono iscritti i bambini di un campo nomadi della zona.Il Preside di quella scuola si è molto adoperato affinchè i bambini rom frequentassero ma di fatto la loro presenza a scuola, da anni, è ridotta a periodi brevi e saltuari.

Hanno preso a venire in prossimità del Natale. E subito mi sono sembrati bellissimi e pieni di mistero, quasi nascondessero, dietro i loro occhi marroni, un segreto per me inafferrabile. Trovavo che avessero un loro stile peculiare, nelle movenze, nei loro vestiti coloratissimi, in quello sguardo intelligente e penetrante.

Non è difficile rimanerne affascinati: sono bambini educati, che non pongono nessun problema di disciplina, sono ricettivi e rispettosi degli insegnanti e riescono bene perchè attenti e intelligenti.I bambini che ho avuto in classe per qualche tempo, conoscevano già l’italiano, non lo scrivevano ma lo capivano e parlavano perfettamente.

Il fatto è che non basta: non basta riuscire a farli venire a scuola per un tot di giorni. Spesso, capitando inaspettatamente in classe, le insegnanti non hanno un programma adatto a loro e si limitano a interventi individualizzati di alfabetizzazione o  a semplificazioni delle attività che svolgono in classe in quel momento.Loro si predispongono a seguire,grazie alla loro correttezza, ma dopo poco si demotivano se non c’è un gruppo che li accoglie e se devono fare per lo più la parte degli spettatori in una scuola italiana pensata per bambini italiani.

Qualche giorno a scuola serve solo per sollevare quel che c’è dietro i bambini, tutto il polverone di non accettazione che aleggia nella nostra società.Sullo scuolabus vengono ingiuriati perchè puzzano,a loro vengono ricondotte le cause delle liti e delle provocazioni.Durante la ricreazione raramente vengono coinvolti nei giochi e spesso invece vengono coinvolti in litigi. La maestre si limitano, in classe, a parlare degli incresciosi episodi cercando di trarne delle lezioni.Ma io credo che l’integrazione non si costruisca a parole ma grazie a  esperienze condivise. E’ questo il grande problema.Come credo che il problema sia anche un razzismo disconosciuto che è dentro l’animo di molte insegnanti che non vedono i rom come un’opportunità ma come un inconveniente che si para loro davanti ogni anno.E che per fortuna si risolve con un disagio contenuto „perchè tanto frequentano poco“.Occorrerebbe „prendere coscienza“ di quanto sono radicati certi pregiudizi dentro di noi, al di là delle nostre enunciazioni buoniste, occorrerrebbe avere l’umiltà necessaria di accettare che la nostra società, così chiusa in se stessa e nei suoi pregiudizi, inevitabilmente ci ha condizionati: sta a noi scoprire quanto in profondità.Senza questa disillusione verso noi stessi non c’è integrazione possibile perchè il diverso non è poreventivametne integrato nei nosti cuori prima che nella realtà.

Non in tutte le scuole,però, è così. Leggo che in alcune ci sono progetti seri e attività ben progettate. Certo è che io non mi trovo mai nel posto giusto!

Quest’estate, una volta che ero al mare, sono  arrivati sulla stessa spiaggia, una bambina rom che hoavuto in classe.Era insieme ad alcuni suoi fratelli: due maschietti ,di cui uno di 3/4 anni e una sorellina di 6/7.Si erano sparpagliati sugli scogli a pescare, a saltellare e zampettare di qua e di là. Avevano una loro agilità e grazia, una perizia e un’autonomia che i bambini italiani, abituati alla protezione degli adulti e degli spazi circoscritti in cui più di frequente vivono, hanno sicuramente in misura inferiore.Quei rom erano insieme e separati al tempo stesso, ognuno per conto suo faceva quel che più lo interessava rimanendo in contatto con gli altri con la parola, chiacchierando.

I due più piccini, forse perchè sentivano la mia curiosità per loro, si sono avvicinati a me e abbiamo iniziato a parlare,  a fare amicizia. Uno dei più grandi , aun certo momento,pesca un pesce e i piccolini corrono a prenderlo, poi me lo mostrano e io dò loro una busta di plastica : la riempiono d’acqua e vi mettono il pesce e stanno lì, vicino a me con quel pesce nella busta d’acqua a parlare , commentare, scherzare . Li ho adorati e ho pensato: che tipo di integrazione? Rinchiuderli nelle nostre tristi scuole è davvero una cosa adatta a loro?Vederli così liberi, competenti della vita mi ha fatto pensare che per loro forse l’educatore di strada sarebbe più adatto.E chissà che non sia più adatto anche per noi e per i nostri bambini!

 

postato da ellea | 17:28 | commenti (1)
amore, vita, scuola, società


domenica, 24 dicembre 2006
 

I simboli universali  della natività




IL BUIO DELLA GROTTA E LA LUCE DELLA NASCITA
di UMBERTO GALIMBERTI



La nascita non è mai così sicura come la morte. Si può infatti morire anche senza essere mai nati, si può passare nella vita come giorni senz´alba. Il richiamo alla nascita, che il cristianesimo ripropone ogni annoa alla cultura dell´Occidente sul registro della memoria religiosa e della festa, allude a quel compito che Pablo Neruda, senza troppa enfasi, affidò a uno dei suoi versi: «È per rinascere che siamo nati». E così la vita riassume la sua serietà, sottraendosi all´ingenuità dei buoni sentimenti con cui cerchiamo, ogni anno di questi tempi, di recitare la bontà, la serenità e la pace.
Venire alla luce da una grotta, questo evento che il cristianesimo celebra il 25 dicembre, era già noto al mondo orientale e poi greco-romano, che in quella data festeggiava la nascita di Mitra, il dio della luce celeste, garante dei giuramenti, custode della verità, avversario della menzogna.
Mitra è rappresentato dai bassorilievi come colui che inizia il sole, affinché il sole apprenda il  suo corso e lo persegua con regolarità e senza sconvolgimenti. Era preoccupazione del mondo antico che fosse assicurata la regolarità del ciclo, che il tempo trascorresse nella regolarità delle sue cadenze, che solo il sole con le sue albe e i suoi tramonti poteva assicurare. Mitra siede al banchetto con il sole, stringendo con lui un patto, e poi sale sul suo cocchio per percorrere insieme gli spazi celesti regolati nelle loro distanze dalla giusta misura. Il culto di Mitra non ebbe templi, ma grotte, in origine naturali, e poi artificialmente riprodotte nel sottosuolo. Dall´oscurità della terra alla luminosità del cielo. Questo è il simbolo di Mitra e il simbolo di Gesù.
Ma probabilmente è il simbolo di ogni uomo che per nascere deve "venire alla  luce" da quel "fondo oscuro" che è il ventre della madre, l´antro dove siamo concepiti per una nascita, quella nascita che da sola non basta e che invoca una rinascita per trovare il suo senso. La festa di Mitra e di Gesù ribadisce questa vertigine simbolica dove ciascuno deve diventare antro di se stesso, grotta di generazione, notte buia che ha in vista il nuovo giorno, il dies natalis.
I simboli martellano la nostra depressione, non ci lasciano nella serena amicizia che spesso intrecciamo con la rinuncia. I simboli ci costringono a vivere, organizzano feste gioiose per riportarci alla vita, quando la nostra partecipazione all´esistenza non ha più i toni forti dell´entusiasmo, o quelli seducenti della voluttà. I simboli, questa macchina collettiva di vita, a cui interessa solo la vita, la vita di tutti, la vita del gruppo, del genere, dell´umanità, i simboli che cosa sanno della mia morte? Quel giorno, per ognuno di noi, potrebbe anche cadere il sole. Un altro antro è già pronto. L´antro di un´altra madre: madre-terra. Mitra, con la sua alleanza con il sole, voleva garantire la regolarità del ciclo, Gesù si congeda dal ciclo e dalla sua regolarità per annunciare un nuovo tempo: nuovi cieli e nuove terre. La storia ha un sussulto e si lacera in prima e dopo Cristo.
Nel ciclo ogni epoca non ha una finalità, ma semplicemente una fine. A sancirla è la morte, il giudice implacabile che amministra il ciclo, non nel senso che lo destina a qualcosa, ma nel senso che lo ribadisce come eterno ritorno. Nel ciclo non c´è rimpianto e non c´è attesa. La trama che lo percorre non ha aspettative né pentimenti. La temporalità che esprime è la pura e semplice regolarità del ciclo, dove non c´è futuro che non sia la pura e semplice ripresa del passato che il presente ribadisce. Non c´è nulla da attendere se non ciò che deve ritornare. Questa è la scansione del tempo prima di Cristo.
Dopo Cristo si fa strada una parola dirompente che spezza la ciclicità del tempo e la sua regolarità. Il suo suono è éschaton, una parola che nella direzione dello spazio significa "lontano" e nella direzione del tempo significa "ultimo". L´éschaton è dunque un tempo fuori portata, dove solo alla fine può apparire il fine di tutto ciò che è accaduto nel tempo, che a questo punto cessa di essere puro divenire per tradursi in storia. Guardare il tempo come storia è possibile solo se già si è ospitati nella prospettiva escatologica, dove il primato del fine sulla fine irradia sul tempo la figura del senso. Alla fine si adempie ciò che all´inizio era stato annunciato.
Inaugurando il punto di vista del fine che si realizza alla fine, il cristianesimo genera una temporalità che è assoluto futuro. E così non solo si separa dalle mitologie primitive che leggono il tempo a partire dal passato, da un paradiso perduto, ma proietta la salvezza in quel possibile futuro a cui si agganciano sia l´utopia sia la rivoluzione, quando la nuova figurazione del tempo, inaugurata dal cristianesimo, si contamina con l´ateismo della speranza.
Per lontane che sembrino, utopia e rivoluzione sono eventi cristiani, appartengono al tempo dopo Cristo, scavano il motivo della speranza e della rinascita, sondano possibilità di salvezza, credono che la storia abbia un senso. L´Occidente è stato sedotto da questo nuovo modello di temporalità e, in versione cristiana, utopica o rivoluzionaria, celebra nel natale non il ritmo del ritorno, ma l´atmosfera della rinascita, l´entusiasmo di ciò che ancora è in grado di promettere il futuro: la promessa del tempo.
Non guardiamo il natale con occhi innocenti. Non nascondiamoci dietro lo sguardo dei bambini. Nel loro incanto sappiamo che c´è provvisorietà e un po´ d´inganno. Una festa può essere così universale solo se raccoglie le metafore di base dell´umano e non solo semplicità e innocenza. Di questi temi ne abbiamo percorsi alcuni. Siamo partiti da una grotta da cui presero le mosse sia Mitra sia Gesù, ma subito dai loro messaggi siamo stati scaraventati da Mitra in cielo a seguire l´andamento del sole, da Gesù a seguire il percorso della storia sulla terra. Il tempo si è spaccato in due, la natura e il suo ciclo hanno ceduto al futuro e alla sua promessa. Tornati tra gli uomini e alle loro quotidiane cadenze, li abbiamo seguiti nei loro passi fuori dalla solitudine, in cerca d´amore. Un amore universale per un giorno di rinascita. Ma torniamo all´inizio: il natale non è nato per la confezione dei buoni sentimenti. Il timbro di questa festa è molto più forte: in gioco c´è l´uomo e la sua storia guardati da un punto di vista molto esigente. È il punto di vista per cui: "Nascere non basta. È per rinascere che siamo nati".

Gironzolando per internet ho trovato questa:


"Ogni giorno, un contadino portava l’acqua della sorgente al villaggio in due grosse anfore che legava sulla groppa dell’asino, che gli trotterella va accanto.

Una delle anfore, vecchia e piena di fessure, durante il viaggio perdeva acqua.

L’altra, nuova e perfetta, conservava tutto il contenuto senza perderne nemmeno una goccia. L’anfora vecchia e screpolata si sentiva umiliata e inutile, tanto più che l’anfora nuova non perdeva occasione di far notare la sua perfezione:

“ Non perdo neanche una stilla d’acqua, io!”.

Un mattino, la vecchia anfora si confidò con il padrone:

”Lo sai, sono cosciente dei miei limiti. Sprechi tempo, fatica e soldi per colpa mia. Quando arriviamo al villaggio io sono mezza vuota. Perdona la mia debolezza e le mie ferite.”

Il giorno dopo, durante il viaggio, il padrone si rivolse all’anfora screpolata e le disse:

”Guarda il bordo della strada”.

“Ma è bellissimo! Tutto pieno di fiori!” rispose l’anfora.

“Hai visto? E tutto questo solo grazie a te!” disse il padrone.

“Sei tu che ogni giorno innaffi il bordo della strada. Io ho comprato un pacchetto di semi di fiori e li ho seminati lungo la strada, e senza saperlo e senza volerlo tu li innaffi ogni giorno”. La vecchia anfora non lo disse mai a nessuno, ma quel giorno si sentì morire di gioia. Siamo tutti pieni di ferite e screpolature, ma se lo vogliamo possiamo fare meraviglie con le nostre imperfezioni".


postato da ellea | 23:23 | commenti
amore


lunedì, 09 ottobre 2006
 

Ancora su Maria



Ho trovato sul sito di medicine alternative solaris, questa valutazione della vicenda della bambina bielorussa e la trovo condivisibilissima:

"La vicenda che in questi giorni è dibattuta sui giornali relativamente alla bambina ‘Maria’ di genitori ospitanti di Genova, contiene un serie di gravi inesattezze. Ci interessa fornire qui una cornice tecnica, psicologica e psicoterapeutica in grado di bilanciare l’informazione di una parte dei mass media che fino ad oggi - sotto il punto di vista psicologico - è stata superficiale e profondamente carente.

È profondamente negativo demonizzare un popolo, soprattutto per i bambini che vi appartengono. La Bielorussia è loro paese di nascita ed è fondamentale aiutarli a mantenere internamente un buon ricordo delle loro origini, per quanto è possibile. Se gli adulti creano una dualità: “là sono cattivi mentre qui siamo buoni”, rischiano di manipolare e strumentalizzare un trauma per creare una scissione interna, molto pericolosa per la salute psicologica dei bambini. Non ci devono essere oggetti interni scissi. Ma bisogna, come educatori e società, aiutarli ad unificare, allo scopo di elaborare profondamente e farsi gradualmente una ragione delle violenze subite dall’abbandono o dalla morte dei genitori biologici.

La finalità deve essere quella aiutarli a separarsi interiormente dai traumi del passato, ma in modo sano e andare verso un futuro sano e non essere rapiti o strappati dal loro paese. Questi bambini devono fare pace con la loro storia e non la guerra.

Comprendiamo in pieno il dolore di questa bambina e questa coppia di Cogoleto. Ma non pensiamo che questo sia il modo di gestire il dolore e la violenza. In generale questi sono bambini che hanno molto sofferto, sono infanzie difficili esattamente come tanti bambini italiani che sono nelle case-famiglia: orfani o portati via a famiglie dichiarate incapaci o temporaneamente inabili. Ma i bambini bielorussi hanno in più questa opportunità di viaggiare in Italia, in Inghilterra, in Spagna. Se le Istituzioni sono conniventi e avallano che una coppia possa violare la legge e rapire un minore, si mettono a rischio tutti i viaggi di risanamento e viene così messa a rischio la salute psicologica di altri 30.000 bambini: infatti saranno loro a rischiare il suicidio se effettivamente venissero fermati i viaggi di risanamento.

Le notizie che in questi giorni rimbalzano sui giornali italiani, giungendo in Bielorussia inevitabilmente creeranno ulteriore sofferenza, panico e ulteriore disorientamento nei 30.000 bambini in spasmodica attesa di tornare in Italia. Per molti di loro, il viaggio di risanamento è l’unico spiraglio di luce affettiva che li aiuta ad affrontare l’inverno e la loro frammentata e difficile esistenza.

Essere genitori significa aiutare i figli a crescere, non solo nel corpo, ma anche e soprattutto interiormente, nella vita psichica, esistenziale e spirituale. Significa sapere esercitare l’ascolto dei bambini e aiutarli a realizzare i loro progetti, le loro aspirazioni, aiutarli a diventare uomini e donne, forti e sani. Chi si avventura nel percorso dell’adozione, dell’affidamento e – ancor di più come in questo caso – dell’ospitalità deve poter essere un genitore migliore di altri, perché ha a che fare con i tanti traumi e dolori che sono incisi nel passato di questi bambini. L’adozione o l’affidamento sono viaggi d’amore bellissimi, soltanto se anche gli adulti accettano di crescere insieme con i figli.

Questo episodio rivela la necessità – per una famiglia che intenda diventare affidataria o ospitante – di avere una specifica preparazione e un adeguato training. Il caso di Maria non è infatti unico e isolato come si vorrebbe far credere. Non si tratta di un caso estremo, un particolare caso umanitario. Si tratta piuttosto di un fenomeno certamente molto grave ma all’interno di un generale contesto di degrado ambientale e sociale come può essere la provenienza di un bambino che si trova in Internato. Una famiglia che intenda diventare ospitante deve sapere che il bambino che gli verrà affidato sarà pieno di cicatrici psicologiche e non può illudersi che ‘basta tanto amore’. È invece necessaria una preparazione specifica che aiuti la coppia ospitante a capire, sopportare ed elaborare un processo di cura interiore delle ferite del bambino. Si tratta di pre-digerire gli eventi dolorosi e restituirli al bambino in una forma che egli può progressivamente elaborare. Un lavoro continuo, costante, progressivo, faticosissimo, a volte estenuante. Tutti questi bambini sono 'violentati' – è la loro storia, in Bielorussia come in tutte gli altri orfanotrofi del mondo, Italia compresa.

La stragrande maggioranza delle famiglie ospitanti hanno svolto questo compito in modo mirabile, sapendo trasformare il dolore di questi bambini in un rapporto d’amore con le famiglie: ci sono centinaia di testimonianze su questo. I genitori ospitanti - più di altri - devono essere preparati alla lacerante esperienza della separazione. Questi bambini non appartengono a quella famiglia, ma sono destinati – per convenzione – ad essere restituiti all’ambiente da cui provengono. Alcune famiglie si illudono teoricamente di essere preparate ad affrontare la sofferenza del distacco: ma nella pratica poi constatiamo una serie di difficoltà che rivelano la profonda incapacità della famiglia ad affrontare questo straziante e dolorosissimo momento.

Ammantarsi – con la gravissima connivenza di istituzioni civili e religiose – dell’aura di salvatori dei diritti civili significa non essere in grado di gestire dolori e ferite gravi come quelle sofferte da questi bambini. "(P.Capriani-G.Ciappina)