Cutrettola

   

 



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mercoledì, 15 ottobre 2008
 

Il decreto Gelmini decreta la fine del diritto allo studio dei  tuoi figli perchè...

 ...diminuirà il tempo scuola e aumenterà il tempo della solitudine, della televisione o dei videogiochi....

... aumenteranno gli alunni per classe

... con il maestro unico non sarà  più possibile formare piccoli gruppi di alunni per lo studio personalizzato

... i bambini non faranno più nè  viaggi di istruzione nè uscite didattiche

... il maestro unico tuttologo non sarà capace di fornire a tuo figlio una buona preparazione, adeguata alle moderne richieste di conoscenza

...le opportunità formative che la scuola oggi offre gratuitamente a tutti diverranno un privilegio riservato ad alcuni

Non ci sarà più una buona scuola pubblica delle pari opportunità per tutti
                                ma
ci sarà una scuola di scarso profilo culturale frequentata solo da chi non potrà permettersi le rette delle scuole private.
postato da ellea | 23:16 | commenti (2)


venerdì, 10 ottobre 2008
 

Michele Serra

La campagna per il ritorno alla maestra unica, al di là dei propositi contingenti di "risparmio", aiuta a riflettere in maniera esemplare sulle ragioni profonde delle fortune politiche della destra di governo, e sulle sue altrettanto profonde intenzioni strategiche. Sono intenzioni di semplificazione. Se la parola-totem della sinistra, da molti anni a questa parte, è "complessità", a costo di far discendere da complesse analisi e complessi ragionamenti sbocchi politici oscuri e paralizzanti, comunque poco intelligibili dall'uomo della strada, quella della destra (vincente) è semplicità.

La pedagogia e la didattica, così come sono andate evolvendosi nell'ultimo mezzo secolo, sono avvertite come discipline "di sinistra" non tanto e non solo per il tentativo di sostituire alla semplificazione autoritaria orientamenti più aperti, e a rischio di permissivismo "sessantottesco". Sono considerate di sinistra perché complicano l'atteggiamento educativo, aggiungono scrupoli culturali ed esitazioni psicologiche, si avvitano attorno alla collosa (e odiatissima) materia della correttezza politica, esprimono un'idea di società iper-garantita e per ciò stesso di ardua gestione, e in buona sostanza attentano al desiderio di tranquillità e di certezze di un corpo sociale disorientato e ansioso, pronto ad applaudire con convinzione qualunque demiurgo, anche settoriale, armato di scure.

In questo senso la proposta Gelmini è quasi geniale. L'idea-forza, quella che arriva a una pubblica opinione sempre più tentata da modi bruschi, però semplificatori, è che gli arzigogoli "pedagogici", per giunta zavorrati da pretese sindacali, siano un lusso che la società non può più permettersi. Il vero "taglio", a ben vedere, non è quello di un personale docente comunque candidato - una volta liquidati i piloti, o i fannulloni, i sindacalisti o altri - al ruolo di ennesimo capro espiatorio. Il vero taglio è quello, gordiano, del nodo culturale. La nostalgia (molto diffusa) della maestra unica è la nostalgia di un'età dell'oro (irreale, ma seducente) nella quale la nefasta "complessità" non era ancora stata sdoganata da intellettuali, pedagogisti, psicologi, preti inquieti, agitatori politici e cercatori a vario titolo del pelo nell'uovo. Una società nella quale il principio autoritario era molto aiutato da una percezione dell'ordine di facile applicazione, nella quale il somaro era il somaro, l'operaio l'operaio e il dottore dottore. Una società che non prevedeva don Milani, non Mario Lodi, non Basaglia, ovviamente non il Sessantotto, e dunque, nella ricostruzione molto ideologica che se ne fa oggi a destra, è semplicemente caduta vittima di un agguato "comunista".


In questo schemino, semplice ed efficace, la cultura e la politica, a qualunque titolo, non sono visti come interpreti dei conflitti, ma come provocatori degli stessi. Se la pedagogia "permissiva" esiste, non è perché il disagio di parecchi bambini o la legnosità e l'inadeguatezza delle vecchia didattica richiedevano (già quarant'anni fa) di essere individuati e affrontati, ma perché quello stesso problema è stato "creato" da un ceto intellettuale e politico malevolmente orientato alla distruzione della buona vecchia scuola di una volta. Insomma, se la politica è diventata un format, come ha scritto Edmondo Berselli, la sua parola d'ordine è semplificazione.

Per questa destra popolare, e per il vasto e agguerrito blocco sociale che esprime, la complicazione è un vizio "borghese" (da professori, da intellettualoidi, beninteso da radical-chic, e poco conta che il personale scolastico sia tra i più proletarizzati d'Italia) che non possiamo più permetterci, e al quale abbiamo fatto malissimo a cedere. Non solo la pedagogia, anche la psicologia, la sociologia, la psichiatria, nella vulgata oggi egemone, non rappresentano più uno strumento di analisi della realtà, quanto la volontà di disturbo di manipolatori, di rematori contro, di attizzatori di fuochi sociali che una bella secchiata d'acqua, come quella della maestra unica, può finalmente spegnere. La lettura quotidiana della stampa di destra - specialmente Libero, da questo punto di vista paradigma assoluto dell'opinione pubblica filo-governativa - dimostra che il trionfo del pensiero sbrigativo, per meglio affermarsi, necessita di un disprezzo uguale e contrario
-per il pensiero complicato
,
-per la massa indistinta di filosofemi e sociologismi dei quali i nuovi italiani "liberi" si considerano vittime non più disponibili,
-per il latinorum castale di politici e intellettuali libreschi, barbogi, causidici, che usano la cultura (e il ricatto della complessità) come un sonnifero per tenere a freno le fresche energie "popolari" di chi ne ha le scatole piene dei dubbi, delle esitazioni, della lagna sociale sugli immigrati e gli zingari, sui bambini in difficoltà, su chiunque attardi e appesantisca il quotidiano disbrigo delle dure faccende quotidiane. Già troppo dure, in sé, per potersi permettere le "menate" della sinistra sull'accoglienza o il tempo pieno o i diritti dei *beep* o altre fesserie.

La sinistra ha molto di che riflettere: la formazione culturale e perfino esistenziale del suo personale umano (elettorato compreso) è avvenuta nel culto quasi sacrale della complessità del mondo e della società, con la cultura eletta a strumento insostituibile di comprensione anche a rischio di complicare la complicazione... Ma non c'è dubbio che tra il rispetto della complessità e il narcisismo dello smarrimento, il passo è così breve che è stato ampiamente fatto: nessuna legge obbliga un intellettuale o un politico a innamorarsi dell'analisi al punto di non rischiare mai una sintesi, né la semplificazione - in sé - è una bestemmia (al contrario: proprio da chi ha molto studiato e molto riflettuto, ci si aspetterebbe a volte una conclusione che sia "facile" non perché rozza o superficiale, ma perché intelligente e comprensibile).
Ma la posta in gioco è molto più importante del solo destino della sinistra. La posta in gioco - semplificando, appunto - è il destino della cultura, degli strumenti critici che rischiano di diventare insopportabili impicci. Se questa destra continuerà a vincere, a parte il marketing non si vede quale delle discipline sociali possa sperare di riacquistare prestigio, e una diffusione non solo castale o accademica. Perché è molto, molto più facile pensare che l'umanità e la Terra siano stati creati da Dio settemila anni fa (cosa della quale è convinta ad esempio la popolarissima Sarah Palin) piuttosto che perdere tempo e quattrini studiando i fossili e l'evoluzione.
È molto più rassicurante, convincente, consolante pensare che le buone maestre di una volta, con l'ausilio del cinque in condotta e di una mitraglia di bocciature, possano mantenere l'ordine e "educare" meglio i bambini ipercinetici, e consumatori bulimici, che la televisione crea e che la propaganda di destra ora lascia intendere di poter distruggere, perché è meglio avere consumatori docili (clienti, come dice Pennac) piuttosto che cittadini irrequieti. È meglio avere certezze che problemi.

È molto più semplice pensare che il mondo sia semplice, non fosse che per una circostanza incresciosa per tutti: che non lo è. Il mondo è complicato, l'umanità pure, i bambini non parliamone neanche.
 Se le persone convinte di questo obbligatorio, salutare riconoscimento della complicazione non trovano la maniera di renderla "popolare", di spiegarla meglio, di proporne una credibile possibilità di governo, di discernimento dei principi, dei diritti, dei bisogni fondamentali, diciamo pure della democrazia, vedremo nei prossimi decenni il progressivo trionfo dei semplificatori insofferenti, dei Brunetta, delle Gelmini, delle Palin.

Poi la realtà, come è ovvio, presenterà i suoi conti, sprofondando i semplificatori nella stessa melma in cui oggi si dibattono i poveri complicatori di minoranza. Nel frattempo, però, bisognerebbe darsi da fare, per sopravvivere con qualche dignità nell'Era della Semplificazione, limitandone il più possibile i danni, se non per noi per i nostri figli che rischiano di credere davvero, alla lunga, al mito reazionario dei bei tempi andati, quando la scuola sfornava Bravi Italiani, gli aerei volavano senza patemi, gli intellettuali non rompevano troppo le scatole e la cultura partiva dalla bella calligrafia e arrivava (in perfetto orario) alla più disciplinata delle rassegnazioni. Cioè al suo esatto contrario.
postato da ellea | 21:01 | commenti


mercoledì, 08 ottobre 2008
 

Il perchè di un no


Sono una maestra di scuola primaria.Lavoro in un modulo di 3 insegnanti su due classi. Io ovviamente sono quella che non fa niente mentre le altre insegnano, e pertanto gravo come un parassita sul bilancio degli italiani.Sono una privilegiata.Ma per fortuna presto giustizia sarà fatta: poichè, tra le tre, sono quella entrata di ruolo più di recente, rischio più di altri i contraccolpi della riforma Gelmini. Vabbè.
Ma s'è capito davvero perchè ce l'abbiamo tanto contro il maestro unico? S'è capito che in ballo non ci sono solo questioni che riguardano la pagnotta?
Due cose soltanto, per spiegare.
La pluralità dei docenti non è utile solo,come si sente dire spesso, perchè oggi tra le materie da insegnare ci sono informatica , inglese ecc., non è questo che rende "complesso" l'insegnamento nella scuola primaria.

Per chi non lo sapesse,nella scuola priamaria le materie sono raggruppate in ambiti (linguistico, antropologico, scientifico) e ogni ambito è assegnato a un docente del team del modulo; se uno di loro ha anche la specializzazione all'insegnamento della lingua inglese potrà aggiungere tale materia al suo ambito.
Il vantaggio di una simile organizzazione è quello di potersi "specializzare" e acquisire particolari competenze ed esperienze nella didattica del proprio ambito.
In cosa consiste tale "competenza"?
Io credo consista di molte cose:
- in riferimento al bambino: una conoscenza della psicologia dello sviluppo che consenta all'insegnante di comprendere i modi in cui il bambino "costruisce" le proprie conoscenze in relazione alla sua età e al livello di maturità cognitiva che ha sviluppato .Ma per conoscere il bambino occorre anche sviluppare capacità di osservazione, di monitoraggio e di adeguamento del proprio lavoro a quei particolari bambini che si trovano in quella particolare classe.
-in riferimento alla disciplina: un insegnante deve coltivare a "livello adulto" i contenuti di ciò che insegna, deve conoscere l'epistemologia della disciplina : per questo è auspicabile che il docente non sia separato dall'università,si aggiorni, sappia cosa e come si studia nei luoghi deputati a far ricerca sulla disciplina che lui insegna. Altrimenti il suo aggiornamento rischia di dipendere unicamente dai libri di testo che finirebbero per farla da padrona sul modo di impostare contenuti e strutture disciplinari.
Anche alle elementari, ad esempio, si insegna storia lavorando sui documenti, aiutando i bambini a divenire capaci di ricostruire il quadro di una certa civiltà interpretando e ricavando informazioni dalle fonti storiche.Un lavoro del genere mette in moto una marea di abilità nel bimbo ( capacità di distinguere informazioni di vario tipo, classificarle, costruire mappe e schemi, produrre testi a partire da schemi , ecc. ecc.) abilità assai più complesse e articolate di quelle mobilitate dalla semplice lettura del sussidiario di storia. E' evidente che se una maestra dovrà insegnare non tre ma 13 materie non avrà certo modo di andare troppo per il sottile.La storia però non è sfilza di fatterelli e di date e di nomi, la storia è una ricostruzione critica e mai definitiva del passato elaborata in base a dei documenti, passibile di mutare se i documenti cambiano, se cambiano gli obiettivi della nostra ricerca, e se cambia il ricercatore poichè ognuno di noi vede le cose dal proprio particolare punto di vista: la descrizione di un'epidemia varia notevolmente se a eseguirla è un medico, se è un economista, se è un sociologo eppure ciascuno di loro fornisce informazioni utili allo storico. W lo spirito critico.
-in riferimento alla didattica. Io sono laureata in lettere, il che non mi rende automaticamente competente nella didattica dell'italiano nella scuola elementare. Forse, se sono una docente che s'interessa di studi italianistici e mi piace tenermi aggiornata nella mia disciplina ho antenne capaci di intercettare certi svarioni che propinano i libri di testo, che scambiano l'adattamento dei contenuti disciplinari ai bambini con una loro semplificazione eccessiva, o con la pura banalizzazione.
Per esempio: nella scuola elementare si studiano le "tipologie testuali" - e non solo l'alfabeto - si prova a individuarne i cosiddetti "elementi costitutivi" ma si dà occasione di imboccare dei gineprai, talvolta, dai quali si cavano difficilmente le gambe oppure le si cavano facendo degli svarioni da capogiro. Tipo definire il mito come" un racconto che fornisce una spiegazione fantastica dei fatti scientifici" che è quanto meno riduttivo.Una maestra che ha insegnato per anni matematica potrebbe tranquillamente bersi questa approssimazione...
e magari ficcare,involontariamente, nella testa dei bambini delle convinzioni che loro prenderanno per buone fino a quando non incapperanno in qualcuno che, magari a distanza di anni, gli distruggerà le sicurezze con le quali sono cresciuti. Ecco, magari il fatto di essere laureata in lettere, se sono una tipa che "coltiva la propria materia a livello adulto", mi potrà rendere avvertita di certe castronerie, ma non mi rende competente nella didattica dell'italiano.
Oggi a scuola se un docente pensasse che per insegnare italiano in classe basti partire dall'alfabeto si perderebbe una buona fetta di ragazzini per la strada. Oggi le nostre aule sono frequentate al 25% da bambini portatori di "bisogni speciali" , di difficoltà di apprendimento non certificate. E l'insegnante deve tenerne conto e adattare le proprie "strategie" alla varietà dei bisogni di apprendimento che deve fronteggiare nella sua classe. Metti, ad esempio, che in prima ci sia un bambino dislessico non certificato. Metti che quella maestra utilizzi, per l'insegnamento della letto-scrittura, il metodo fono-sillabico (questa è la "l", questa è la "a", questo è il suono "la", ecc. )è evidente che non volendo il dislessico è posto immediatamente di fronte alla sua difficoltà. Se invece imbocca la strada dell'educazione linguistica da un'altra parte, ovvero da quella della "comprensione di un testo", della ricostruzione in sequenza di una storia ascoltata, il dislessico avrà modo di esercitare le sue abilità logiche, arricchirà il suo vocabolario e avrà ricevuto gratificazioni che sosterranno la sua autostima quando dovrà comunque fare i conti con le sue difficoltà.
Ma non c'è bisogno di mobilitare i casi speciali. Un docente per essere competente deve conoscere il modo in cui insegnare la propria disciplina non snaturandola con eccessive semplificazioni, ma adeguandola ai cuccioli che si trova davanti.

Ecco che un maestro unico sarà per forza di cose meno efficace.

Un'ultima cosa riguarda la valutazione. Non c'è processo valutativo che possa dirsi "oggettivo" perchè il nostro punto di vista sul mondo è per forza di cose parziale. Tu pensa a un bimbo con una sola maestra la quale magari ha preso uno svariane didattico e non sia riuscita a calibrare il suo insegnamento sul tipo di intelligenza di Pippo. Magari Pippo è un visivo e apprende le cose per immagini, mentre la maestra ha un approccio "logico": magari Pippo non riesce bene a capire anche se basterebbe che la maestra  cambiasse solo il modo di presentazione degli argomenti, magari la maestra che ha 25 ragazzini mica ce l'ha il tempo di porsi troppe domande. La storia finisce che si crea la leggenda di Pippo che non capisce un tubo di matematica e della maestra di matematica che è una vecchia zitella acida.
Se a guardare a un bambino non è uno ma sono più d'uno, è molto più probabile che vengano colti aspetti diversi della sua personalità che a un solo occhio sfuggono. Il giudizio che si costruisce grazie al contributo di più osservatori ha senz'altro più possibilità di essere un giudizio meno viziato dalla soggettività.
postato da ellea | 22:24 | commenti (2)
scuola