di Melania Mazzucco
(Il Sole24ore)
Il 23 maggio del 1908, in una dimora patrizia di Zurigo, nacque Mina, terzogenita di Alfred Schwarzenbach e di Renée Wille. Col nome di Annemarie, sarebbe diventata – nonostante o a causa della sua morte ad appena 34 anni – una delle più singolari scrittrici svizzere del '900. A cento anni dalla nascita, la sua città le rende omaggio con una mostra intima e toccante, intitolata "Eine Frau zu Sehen", dal titolo di un suo racconto pubblicato per la prima volta quest'anno (Kein & Aber, 12,90). Scritto nel 1929, rimase inedito a causa della tematica, esplicitamente lesbica. Smarrito fra i manoscritti dell'archivio, è stato rinvenuto da Alexis Schwarzenbach, pronipote della scrittrice, curatore della mostra e autore anche del catalogo, "Auf der Schwelle des Fremden"(Rolf Heyne, 58,00), un volume ricchissimo di documenti e fotografie, forse definitivo per la biografia della scrittrice. La mostra al Museum Strauhof di Zurigo chiude oggi, ma andrà in tournée in altre città europee: speriamo che qualche istituzione svizzera vorrà portarla anche in Italia.
Si tratta di un itinerario affascinante in una vita intensa, ricostruita stanza dopo stanza attraverso centinaia di oggetti, filmati, libri, diari e fotografie. Il visitatore viene accolto da un abito brilluccicante, sospeso al soffitto: il costume del Cavaliere della Rosa che Annemarie, a quattordici anni, indossò per una recita di famiglia. Appassionati di musica, i suoi genitori – industriale della seta il padre, discendente del cancelliere von Bismarck la madre – erano infatti dei mecenati, che trasformarono la loro principesca villa sul lago di Zurigo in un sorta di teatro. Fin dall'infanzia, per volontà della madre Renée, la bambina (occhi grigi, capelli chiari, corpo snello, espressione sempre imbronciata) assunse un'identità maschile: come testimoniano alcune letterine qui esposte, si firmava Fritz. Ma fu appunto nei panni di Ottaviano, il Cavaliere della Rosa di Strauss, che Annemarie esibì per la prima volta pubblicamente la propria conturbante bellezza androgina. E quella maschera maschile, assunta inizialmente per compiacere la madre divenne con gli anni la sua più vera identità. Cresciuta tra collegi esclusivi, i privilegi dell'alta società e vacanze nei grandi alberghi di tutta Europa, Annemarie sviluppò una passione imprevista dalla sua famiglia: la scrittura. Diventare una scrittrice divenne il sogno e l'ossessione della sua vita. La madre l'avrebbe voluta almeno apparentemente conformista: lottò contro la figlia fino alla morte di lei. Annemarie trovò un'altra famiglia nei Mann, legando il proprio destino a quello dei figli di Thomas, l'attrice Erika e lo scrittore Klaus.
Del tentativo di Annemarie di trovare un punto fermo nella professione di archeologa, la mostra offre qualche reperto. Di un'esistenza via via più sradicata testimonia invece il passaporto: logoro e sfregiato da visti e timbri. Della sua breve ma fortunata carriera di fotoreporter testimonia una stanza intera, tappezzata di fotografie dall'Asia, dall'Africa, dall'Europa e dall'America, accompagnata da brevi frammenti dei suoi testi. Della sua torturante dipendenza dalla droga, invece, solo due fotografie sfocate scattate a Parigi nel 1936.
Al piano di sopra c'è poi una stanza bianca, che riassume le molte stanze delle cliniche e dei manicomi in cui dal 1935 Annemarie fu rinchiusa o si rinchiuse per curare la depressione, la dipendenza dalla droga, lo smarrimento esistenziale. Lungo i muri scorrono le perizie psichiatriche dei numerosi medici che si occuparono di lei: documenti finora inediti, perché accessibili solo ai familiari. E proprio in questa stanza il lettore e lo studioso della Schwarzenbach hanno la possibilità di rivivere e provare a decifrare i suoi ultimi due misteriosi e assurdi mesi di vita.
Annemarie lasciò il Congo nel marzo del 1942. Rientrò in Europa, diretta in Engadina, dove aveva deciso di acquistare una casa e stabilirsi per sempre. Il giorno del suo rientro, la madre cadde da cavallo e batté la testa. Annemarie andò a trovarla all'ospedale di Horgen. I rapporti fra madre e figlia si erano interrotti quando Renée l'aveva scacciata appena un anno prima: si riconciliarono. In Engadina Annemarie trascorse l'estate a scrivere. Era serena, anche se provata, come dimostra la fotografia che inviò alla sorella il 31 agosto. Il 6 settembre, mentre scendeva a Silvaplana, cadde dalla bicicletta: batté la testa e rimase tre giorni in coma. Al suo risveglio era molto confusa e agitata. Il fratello e il medico decisero di mandarla nella clinica di Prangins, dove era già stata ricoverata sei anni prima per un sospetto di schizofrenia. Fu l'inizio di un calvario in cui stupidità, incompetenza e crudeltà si sommarono con esiti fatali. I medici dissero che la confusione mentale di Annemarie o era la conseguenza della botta in testa o la manifestazione di una psicosi già latente prima della caduta. Nel dubbio fu sottoposta a elettroshock e insulino-terapia, che provocava una sorta di coma artificiale. Ovviamente, non guarì. Anzi, le terapie la resero solo più aggressiva e violenta. Il direttore si convinse di dover domare la sua presunta schizofrenia con un trattamento di shock sempre più invasivi. Annemarie rimase tre settimane nella clinica: quando arrivò la madre – che non aveva mai rivisto la figlia – non poté ripartire senza di lei. «Mamma mi ha tirato fuori dall'inferno di Prangins» scrisse con grafia tremolante all'amica Annigna Godli, che abitava a Sils-Baselgia. Vedendola, la nonna rimase sconvolta e annotò nel diario: «Povera Renée! Annemarie è totalmente malata di mente! O Dio!». Il 19 ottobre Annemarie tentò di scrivere di nuovo alla sua amica Annigna. Le sue ultime righe sono un documento straziante. La calligrafia frana lettera dopo lettera, fino a diventare incomprensibile e aliena. Si legge solo: Ti prego... per favore... baci...
Da quell'oscurità non ci fu ritorno. Annemarie fu spedita a Sils-Baselgia con un'infermiera. Era assente, muta, paralizzata, non parlava e non mangiava più. I medici continuavano a interrogarsi sulle cure adatte al suo strano male. Un fitto carteggio corse per tutta la Svizzera. Il 5 novembre il medico chirurgo Paul Gut riferì al collega Schindler la terapia concordata con la famiglia: «Il programma è così riassunto: eutanasia».
Il terribile documento è appeso alla parete. Su quella accanto scorrono ininterrottamente le immagini dei filmini di famiglia, girati da Reneé Schwarzenbach nel 1929. Annemarie, ventunenne, in sottoveste, danza per la madre, poi si inclina all'indietro. Sembra che stia cadendo, e invece sta solo facendo il "ponte". La stessa donna che la filmava con occhio innamorato autorizzò la terapia del dottor Gut. Annemarie morì il 15 novembre 1942.
31 maggio 2008




