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lunedì, 28 aprile 2008

"..la scienza cominciò con le stelle, nelle quali l'umanità scoprì le sue dominanti dell'incoscio, le cosiddette divinità; ed anche le strane qualità psicologiche dello zodiaco sono un'intera teoria caratterologica proiettata.L'astrologia è un'esperienza primordiale simile all'alchimia.Tali proiezioni si ripetono sempre dove l'uomo tenta di esplorare un vuoto tenebroso, riempiendolo involontariamente di figurazioni vive."
Jung, Psicologia ed alchimia
domenica, 27 aprile 2008
"Ti sei fatta fregare da uno scadente sabato notte. Inerme, hai fatto una fine stupida e brutale.
La via di scampo che avevi imboccato ti offrì solo un breve rinvio. Mi avevi portato con te come portafortuna. Fallii come talismano - dunque oggi testimonio per te.
La tua morte caratterizza la mia vita. Voglio trovare l'amore di cui fummo privi ed esercitarlo in tuo nome.
Voglio divulgare i tuoi segreti. Voglio azzerare la distanza tra me e te.
Voglio darti vita. "
Il libro è il culmine di una produzione i cui precedenti capitoli assumono il senso di "prove generali". Questa per Ellroy è la prova suprema, la sua vera storia e la storia della donna dalle chiome fulve, la Rossa, da cui non ha mai smesso di essere affascinato.
La pagina iniziale e la pagina finale del libro racchiudono l'intero significato, il perché Ellroy è diventato scrittore, e in particolare il perché de "I miei luoghi oscuri".
Costruire storie, eventi, persone nella mente, narrare dentro di sé, fino a produrre "il romanzo" , prima solo nell'immaginazione, poi materialmente scrivendolo: questo è il filo che permette anche nei momenti più "oscuri" un aggancio alla vita, una forma di equilibrio intellettuale la cui perdita, anche solo momentanea, crea tanto panico da riportare Ellroy con sempre più energia a lasciare il degrado fisico e morale in cui si era gettato.
E poi "la Rossa". Una donna, "la donna", per lui ragazzino, per lui, giovane e poi, finalmente, per lui adulto, "la madre". L'odio e il disprezzo a lungo provato, scelto, fomentato dal padre, nei suoi confronti e l'attrazione violenta, aggressiva, sconvolgente per lei che era sesso e negazione, passione e rifiuto s fino a recuperare attraverso l'attraversamento di tutti i luoghi oscuri della propria coscienza la sua figura vera, di lei donna che soffre, che cerca di vivere come può, come le è permesso, nella ottusa e violenta realtà americana.
La strada per questo itinerario psicologico viene spesso a sovrapporsi all'indagine poliziesca, anzi è proprio questa che Ellroy, dopo anni dall'omicidio, riapre, in modo minuzioso, quasi ossessivo, tenendo sempre, e per la prima volta dopo tutti quegli anni, davanti agli occhi le fotografie del cadavere della Rossa, per vederla così, nella più orribile e misera delle immagini, dopo le innumerevoli rappresentazioni mentali che di lei si era costruito.
Un cammino che porta a un ritrovamento, come nel più classico dei romanzi, interiore, se non fisico, dell'oggetto d'amore. Ma la strada per raggiungere l'oggetto d'amore è stato un viaggio nell'Inferno, l'inferno di un'America che abbandona chi non è in grado di mettersi in competizione, che propone modelli di vincenti e una realtà di sconfitti, che Ellroy guarda perennemente "dal margine", dal "sottosuolo".
www.wuz.it/archivio/cafeletterario.it/001/cafelib.htm
giovedì, 24 aprile 2008
Sto cercando di seguire un "filo", in questo periodo, nelle letture e nei film che scelgo e l'analisi in un certo senso mi spinge in questa direzione.
Ci sono dolori nelle vite di tutti, ma alcune persone hanno ripreso a vivere con troppa fretta concedendo poco tempo all'elaborazione.O magari, quando si sono fermate ad ascoltarsi non avevano gli strumenti giusti per capirsi realmente. Allora capita che quei dolori lasciano un buco nell'anima che prosciuga energie e magari vai avanti a vivere per anni come una macchina che perde benzina.
Questo libro di Lewis, quello di Helga Schnider, il film della Marazzi e altri libri e film di cui sto stendendo una lista formano insieme un repertorio di voci dal cui ascolto spero di ricevere aiuto.
Non è facile imbattersi in riflessioni sul dolore umano che aiutino l'animo a trovare speranza, senza svilire la fatica del lutto e della nostalgia per l'assenza della persona amata. “Diario di un dolore” di C.S.Lewis è uno di questi rari testi.
C.S.Lewis pubblicò, con lo pseudonimo di N.W.Clerk. lo splendido A Grief Observed (letteralmente “Osservando un sepolcro”, tradotto in italiano dall'Adelphi, con il titolo “Diario di un dolore”, Milano, 1990) le riflessioni autobiografiche suscitate nel suo animo dalla morte della moglie Joy Davidman Gresham, che aveva sposato quattro anni prima e con la quale aveva avuto due figli. Il volume è del 1961, solo un anno dopo la morte di Joy. Lewis vivrà fino al 1963.
Lewis ci ha lasciato, anche un suo secondo libro autobiografico precedente, “Surprised by Joy” (“Sorpreso dalla gioia”, con il voluto gioco di parole “gioia” e “Joy”), scritto nel 1955, nel quale racconta la sua conversione in età giovanile alla fede cristiana. Sono ancora più noti i suoi bellissimi scritti sul cristianesimo, come le famose “Lettere di Berlicche”, immaginario epistolario del diavolo Berlicche che scrive a suo nipote Malacoda, inesperto nell'arte di condurre a perdizione l'uomo, su come aiutare l'animo umano a smarrire la via di Dio, lettura a rovescio della via di salvezza, nella quale Dio è chiamato, l'Avversario nostro, libro pieno di sapienza cristiana e di humour finissimo, o come il noto “Il cristianesimo così com'è”, discorso a temi a difesa del cristianesimo, nel quale l'autore inglese affronta le principali critiche rivolte al cristianesimo e ne espone la bellezza delle principali affermazioni.
Lewis è noto anche per i suoi romanzi di fantascienza, come “Le cronache di Narnia” e per la sua amicizia con J.R.R.Tolkien, l'autore de Il signore degli anelli. L'anglicano Lewis ed il cattolico Tolkien furono infatti legati da profondo affetto e scambio intellettuale e spirituale.
Il lutto di C.S.Lewis è narrato anche nel film Viaggio in Inghilterra (Shadowlands), di Sir Richard Attenborough, che ha fatto conoscere ancor più la sua figura in tutto il mondo.
di Andrea Lonardo
mercoledì, 23 aprile 2008
di GABRIELLA ALÚ
Berlino, luglio 1941.
La piccola Helga Schneider di quattro anni e il fratellino Peter vengono abbandonati dalla loro madre.
La donna, fanatica nazista, lascia anche il marito Stefan per andare ad arruolarsi nelle SS, l'ordine nero di Himmler.
Diventerà una delle più spietate guardiane del campo di sterminio di Birkenau.
Helga rivedrà sua madre solo altre due volte nella vita.
Il .primo incontro (riportato in un altro libro della Schneider "Il rogo di Berlino") avviene trent'anni dopo. Nel corso di esso la madre mostra con fierezza, alla figlia annichilita e nauseata, la sua divisa di SS offrendole anche, in dono, manciate dell'oro rubato agli ebrei.
Helga fugge inorridita.
Lasciami andare madre è il racconto del secondo ed ultimo incontro, un drammatico e definitivo faccia a faccia che si svolge a Vienna nel 1998.
La madre è ormai prossima a morire.
Per la figlia, la conseguenza del brutale abbandono materno è stata una vita vissuta nel dolore dell'assenza. Dal 1963 si è trasferita in Italia dove tutt'oggi risiede e lavora.
Ha tentato in mille modi di spezzare il legame che, suo malgrado, la unisce alla madre "perfino rinunciando alla mia madre lingua" (la Schneider infatti non usa il tedesco e tutti i suoi libri sono scritti in italiano).
In questo impietoso resoconto autobiografico di un "atroce sdoppiamento" Helga Schneider descrive da un lato la ripugnanza per le atrocità commesse dalla madre, dall'altro il bisogno di sapere, di conoscere tutto, per potere infine riuscire ad odiarla
E la madre, questa donna "furba, sleale, ipocrita" parla. Incalzata dalla figlia, descrive senza un'ombra di pentimento e con abbondanza di agghiaccianti particolari le nefandezze di cui è stata responsabile.
"Fatti odiare, madre!" è il disperato urlo interiore di Helga "solo odiandoti sarei finalmente capace di strapparmi dalle tue radici. Ma non posso, non ci riesco" (p.73).
Helga si accorge infatti che, se certo non può amare sua madre, non riesce però nemmeno ad odiarla: la forza della procreazione vince sulle colpe materne.
"E' pur sempre mia madre, e quando se ne andrà una parte di me se ne andrà con lei. Ma quale? Non trovo risposta a questa domanda" (p.68).
Libro di grande tensione emotiva e non certo di facile lettura, "Lasciami andare madre" è un testo doloroso e prezioso.
Non solo, infatti, ci offre una della pochissime testimonianze dirette della tragedia vissuta dai figli – innocenti – dei carnefici.
Ci permette anche di scrutare all'interno di un complesso rapporto madre-figlia nel quale la figura materna, piuttosto che simbolo di dolcezza, creazione e vita si manifesta come dispensatrice di sofferenza, morte, tortura.
Dev'essere stato difficilissimo, per Helga Schneider, scrivere queste pagine.
Non si può che esserle grate per aver trovato la forza e il coraggio di parlarci di questa "storia mancata di una madre e di una figlia. Una non storia. Lasciami andare, madre" (pag.128).
Di aver trovato "le parole per dirlo".
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