Cutrettola

   

 



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venerdì, 31 agosto 2007
 

Settembre



Di cosa è fatta un'estate?
E' fatta di momenti trattenuti, di presenti dilatati.
Di pigrizie incoraggiate e di dormite.
Di sogni che si ricordano al mattino, di umori che impregnano.
Di una vita non vissuta, ma sospesa.
Di camminate al mercato.
Di acqua fredda che gela ma  poi invita,
e di nuotate .
Di pelle che s'imbruna  e di occhi che cambiano colore.
Di libri sull'asciugamano.
Di gambe che pedalano e rincorrono discese .
Di pensieri .
Di tristezze che sfiorano la mente.
Di progetti che forse si faranno.
Di biancheria lavata e stesa al sole
Di lenzuola fresche sulla pelle nuda.
Di film gustati sul divano.

Di ripari dalle offese di ogni giorno.

E dopo tutto è piacevole ripartire,
sperando di fare ancora qualche passo avanti,
sperando di raccogliere qualche frutto dalle fatiche passate..anno dopo anno.
sperando in nuovi incontri e in nuove emozioni..
sperando di contenere la paura e la malinconia.
postato da ellea | 13:27 | commenti (6)
emozioni psiche


martedì, 21 agosto 2007
 

Nomadi





http://www.solohabita.it/NOMADISMO/NOMADI/Nomadi3.jpg
postato da ellea | 23:53 | commenti (1)


mercoledì, 15 agosto 2007
 

La sfida




Non conosco bene la cultura rom. Sto cominciando ad occuparmene ora, da quando ho conosciuto a scuola i miei alunni rom  e li ho potuti osservare abbozzando un'impressione diretta , senza i filtri del sentito dire; me ne sto facendo un'idea leggendo il materiale (copioso) reperibile in internet e le riflessioni, spesso ricche di riferiementi storici precisi, che compaiono sui giornali in questo periodo, sull'onda lunga, purtroppo, dello sconcerto per la vicenda di Livorno.
Me ne sono fatta l'idea di un popolo resistente, forte, quasi cocciuto, animato da una caparbia volontà di rimanere se stesso, di custodire e trasmettere ciò che resta della propria cultura di tradizione.
In efffetti sarebbe stato più comodo per loro "omologarsi", assorbire la nostra cultura, le nostre abitudini, entrare nelle traiettorie che noi abbiamo tracciato per noi e per il resto del mondo globalizzato.Ma è più vitale per loro rimanere se stessi, poveramente.

Loro vivono per strada, la loro casa è il mondo, la natura, la terra...sin da piccoli imparano a muoversi con agilità nell'ambiente. Per loro la dimensione del clan è vitale, le relazioni sono al centro della loro esistenza. Non hanno un'organizzazione sociale in classi, credo non l'abbiano mai avuta, concepiscono il lavoro come un mezzo per sostentarsi e non per accumulare danaro, è il lavoro a dover essere a servizio dell'uomo e non viceversa. Per questo alcuni popoli nomadi sceglievano le attività più adatte ai loro spostamenti come fare i giostrai o portare notizie da un posto a un altro.Il lavoro deve lasciare il tempo per la vita sociale.
Fino a quando il loro stile di vita gli ha consentito di non impoverirsi, fino a quando le logiche capitaliste e il liberalismo non li hanno schiacciati, c'era una grande solidarietà interna.All'accudimento dei figli provvedevano non solo i genitori ma anche gli altri membri del gruppo, creando una sorta di famiglia allargata. Se non ho capito male questo aspetto si è un po' ridimensionato perchè l'indigenza ha reso più chiuso ogni singolo nucleo. Ma  la solidarietà interna, l'assenza di un'identità basata sull'appartenenza a una classe sociale e sull'accumulo delle ricchezze ,fa sì che non ci siano ricchi o poveri,e che, in base alla consuetudine della distribuzione dei beni, possa accadere che chi un giorno è povero possa diventare ricco il giorno dopo...una logica comunitaria,egalitaria assolutamente una sfida tosta per i nostri costumi di vita, per le logiche dei nostri mercati.
Io credo che una simile cultura abbia potuto resistere e sopravvivere proprio perchè quei popoli sono analfabeti, non sono entrati dentro i circuiti occidentali di condizionamento e omologazione culturale, di alfabetizzazione che assimila e condiziona, perchè i "miti" occidentali mediatici e livellanti stanno facendo la comparsa nel loro immaginario soltanto adesso.
Non sto facendo un'apologia alla non integrazione, sia chiaro, ma sto cercando di capire come mai i modelli di integrazione messi in pista finora abbiano fallito e mi convinco che quella "resistenza" se da una parte è un problema dall'altra può rappresentare un valore e un'indicazione anche per noi: un rispetto maggiore per le esigenze umane, un rallentamento della corsa all'accaparramento consumista,un'attenzione particolare ai bisogni comunitari e alla natura...

Le mie note sono assolutamente imprecise, come ho detto riassumono in modo disordinato cose lette qua e là e non ancora frutto di uno studio sistematico.

Quella romaní è un'entità culturale paradigmatica e transnazionale che risente dei condizionamenti storici, politici, religiosi, economici, linguistici, sociali e culturali dei paesi ospitanti. Tanta diversità per un popolo unico, che ha come patria d'origine l'India del Nord, è dovuta anche all'assenza di scrittura propria nel corso dei secoli passati. La tradizione orale, esposta alle influenze esterne continue e minacciose, è stata all'uopo adattata per sopravvivere in un ambiente circostante perennemente ostile. La diaspora ha così allontanato i vari gruppi rom e le varie comunità tanto da renderli realtà culturali a se stanti. Tanti secoli di repressioni, di lutti, di paure, di dolori hanno portato i Rom, Sinti e Kalé, Manouche, e Romnichals meglio conosciuti dall'opinione pubblica come rom, a sviluppare uno spiccato senso di individualismo e di autoprotezione. Il Rom braccato, costretto a vivere alla macchia, poteva contare solo su se stesso e sui membri della sua famiglia, diffidava perfino dei Rom della sua stessa comunità a cui non era legato da vincoli di parentela. Ancora oggi questi atteggiamenti di difesa sono evidenti.

da "ROM ITALIANI E ROM STRANERI
" di Santino Spinelli
postato da ellea | 15:17 | commenti
vita, società


sabato, 11 agosto 2007
 

I bambini Rom: quali diritti?

La notizia della morte di 4 bambini rom, avvenuta stanotte per un incendio in un campo improvvisato sotto un cavalcavia alla periferia di Livorno, è una di quelle notizie che ti lacerano : i diritti universali dei bambini non sono poi così universali.
postato da ellea | 14:36 | commenti (2)
vita, società


venerdì, 10 agosto 2007
 

Rom




Questi bambini si sono affacciati con discrezione nella mia esistenza e ho idea che vi rimarranno per un bel po’.

Nella mia vita prima di ora non mi ero mai soffermata con la dovuta attenzione a pormi domande su chi fosse questo popolo, la mia esistenza scorreva dentro i binari normali, un po’ chiusi di chi appartiene a una storia già scritta e si adopera per realizzarla. A volte l’appartenenza è davvero una chiusura che limita sia la vista che la mente e l’esperienza.

Una luce su questa gente prese a lanciarla, indirettamente, l’amica di una mia amica.Frequentavano la Scuola di Servizi sociali e una di loro aveva fatto una tesi sui rom ed era andata  a conoscerli direttamente nei campi nomadi. Rimasi affascinata dalla discussione su quel lavoro perchè per la prima volta sentivo parlare di queste persone in un modo diverso, con una disposizione  d’animo e d’intelletto diversa da quella ordinaria propria del luogo comune ,sovente contrastato da un altro luogo comune:“diffidate dai rom perchè rubano“ (primo luogo comune)- „non dobbiamo essere razzisti“ ( secondo luogo comune assolutamente inutile se non si sposta oltre un’enunciazione politicamente corretta).Nel caso, invece, di quella ragazza e della sua tesi di laurea si andava oltre: era un caso di vera militanza, di osservazione partecipata sul campo fatta per conoscere, per aprirsi verso quei popoli, concretamente, ben al di là delle parole e dei principi.

L’anno scorso ho avuto il trasferimento in una scuola situata alla periferia della mia città  alla quale sono iscritti i bambini di un campo nomadi della zona.Il Preside di quella scuola si è molto adoperato affinchè i bambini rom frequentassero ma di fatto la loro presenza a scuola, da anni, è ridotta a periodi brevi e saltuari.

Hanno preso a venire in prossimità del Natale. E subito mi sono sembrati bellissimi e pieni di mistero, quasi nascondessero, dietro i loro occhi marroni, un segreto per me inafferrabile. Trovavo che avessero un loro stile peculiare, nelle movenze, nei loro vestiti coloratissimi, in quello sguardo intelligente e penetrante.

Non è difficile rimanerne affascinati: sono bambini educati, che non pongono nessun problema di disciplina, sono ricettivi e rispettosi degli insegnanti e riescono bene perchè attenti e intelligenti.I bambini che ho avuto in classe per qualche tempo, conoscevano già l’italiano, non lo scrivevano ma lo capivano e parlavano perfettamente.

Il fatto è che non basta: non basta riuscire a farli venire a scuola per un tot di giorni. Spesso, capitando inaspettatamente in classe, le insegnanti non hanno un programma adatto a loro e si limitano a interventi individualizzati di alfabetizzazione o  a semplificazioni delle attività che svolgono in classe in quel momento.Loro si predispongono a seguire,grazie alla loro correttezza, ma dopo poco si demotivano se non c’è un gruppo che li accoglie e se devono fare per lo più la parte degli spettatori in una scuola italiana pensata per bambini italiani.

Qualche giorno a scuola serve solo per sollevare quel che c’è dietro i bambini, tutto il polverone di non accettazione che aleggia nella nostra società.Sullo scuolabus vengono ingiuriati perchè puzzano,a loro vengono ricondotte le cause delle liti e delle provocazioni.Durante la ricreazione raramente vengono coinvolti nei giochi e spesso invece vengono coinvolti in litigi. La maestre si limitano, in classe, a parlare degli incresciosi episodi cercando di trarne delle lezioni.Ma io credo che l’integrazione non si costruisca a parole ma grazie a  esperienze condivise. E’ questo il grande problema.Come credo che il problema sia anche un razzismo disconosciuto che è dentro l’animo di molte insegnanti che non vedono i rom come un’opportunità ma come un inconveniente che si para loro davanti ogni anno.E che per fortuna si risolve con un disagio contenuto „perchè tanto frequentano poco“.Occorrerebbe „prendere coscienza“ di quanto sono radicati certi pregiudizi dentro di noi, al di là delle nostre enunciazioni buoniste, occorrerrebbe avere l’umiltà necessaria di accettare che la nostra società, così chiusa in se stessa e nei suoi pregiudizi, inevitabilmente ci ha condizionati: sta a noi scoprire quanto in profondità.Senza questa disillusione verso noi stessi non c’è integrazione possibile perchè il diverso non è poreventivametne integrato nei nosti cuori prima che nella realtà.

Non in tutte le scuole,però, è così. Leggo che in alcune ci sono progetti seri e attività ben progettate. Certo è che io non mi trovo mai nel posto giusto!

Quest’estate, una volta che ero al mare, sono  arrivati sulla stessa spiaggia, una bambina rom che hoavuto in classe.Era insieme ad alcuni suoi fratelli: due maschietti ,di cui uno di 3/4 anni e una sorellina di 6/7.Si erano sparpagliati sugli scogli a pescare, a saltellare e zampettare di qua e di là. Avevano una loro agilità e grazia, una perizia e un’autonomia che i bambini italiani, abituati alla protezione degli adulti e degli spazi circoscritti in cui più di frequente vivono, hanno sicuramente in misura inferiore.Quei rom erano insieme e separati al tempo stesso, ognuno per conto suo faceva quel che più lo interessava rimanendo in contatto con gli altri con la parola, chiacchierando.

I due più piccini, forse perchè sentivano la mia curiosità per loro, si sono avvicinati a me e abbiamo iniziato a parlare,  a fare amicizia. Uno dei più grandi , aun certo momento,pesca un pesce e i piccolini corrono a prenderlo, poi me lo mostrano e io dò loro una busta di plastica : la riempiono d’acqua e vi mettono il pesce e stanno lì, vicino a me con quel pesce nella busta d’acqua a parlare , commentare, scherzare . Li ho adorati e ho pensato: che tipo di integrazione? Rinchiuderli nelle nostre tristi scuole è davvero una cosa adatta a loro?Vederli così liberi, competenti della vita mi ha fatto pensare che per loro forse l’educatore di strada sarebbe più adatto.E chissà che non sia più adatto anche per noi e per i nostri bambini!

 

postato da ellea | 17:28 | commenti (1)
amore, vita, scuola, società


giovedì, 09 agosto 2007
 

Quando l'analista va in vacanza



C’è sempre un sottile velo di malinconia, un dolorino nascosto, rispetto al quale si fa finta di niente, si fa finta che non ci sia, ma che ti fa dare rapidamente un’occhiata al calendario per valutare „quanto manca“.

Sapevo che ci sarei ricascata, anche se stavolta casco con il paracadute, è un atterraggio morbido senza la sensazione di essere scaraventati nel vuoto, bruscamente e senza attrezzi per non farsi male.E’ che spesso tutti siamo vulnerabili all’abbandono,forse anche la relazione più fastidiosa, quando finisce, lascia l’amarezza.E’ proprio l’arcehtipo dell’ abbandono che fa soffrire, una ferita antica che si riapre. Bisognerebbe non cedere al dolore, bisognerebbe „avere rispetto per se stessi“ tanto da impedirsi di precipitare nella melma nera e lasciare il disagio scorrere e passare per poi andare .

 Foto: Gioco serio di Nicola Giannotti link 
http://www.fotocomm.org/recensioni.php

postato da ellea | 18:10 | commenti