
Capita che, nei luoghi più disparati ( a volte impensati) di internet scocchi la scintilla di qualche questione che apre la porta a infinite possiili riflessioni.
Vexata quaestio quella della pena di morte sulla quale di recente compare in tv uno spot che dice più o meno "punire sì, uccidere mai".Sorvolo sul fatto, pietoso che purtroppo non è così scontato essere contrari alla pena di morte.Ma vorrei spostare l'attenzione su un aspetto correlato,discusso altrove e su cui ho detto la mia :ha fatto riflettere un gruppo di navigatori la faccenda del "punire",del significato e soprattutto dell'utilità della punizione.
Per quel che mi riguarda c'è un capitolo della psicologia che liquiderebbe velocemente la questione asserendo che la punizione rinforza il comportamento che vorrebbe correggere, proprio per l'enfasi che vi pone e per le emozioni che provoca, tutte lontane dalla "consapevolezza" .
Ma a voler addentrarsi io credo che la "punizione" abbia senso solo se "rieduca" al valore della legge, se riesce a conseguire una finalità trasformativa della coscienza : che mi frega di sapere che un assassino rimarrà 30 anni in galera se in quei trent'anni non si verifica in lui una presa di coscienza autentica del reato commesso e una consapevolezza diversa dei valori della convivenza civile.
La reclusione,di per sè, è solo una limitazione fisica,il carcere una pena corporale, sostanzialmente.
Temo che quanti reclamano a gran voce una giusta pena per i trasgressori spesso sono animati dal senso di vendetta (umano dal punto di vista del singolo, ma non avallabile in termini di leggi dello Stato) più che dal senso civico di "recupero" alla vita civile di chi ha deviato.
Il sistema carcerario, purtroppo, spesse volte non riesce a realizzare proprio questo suo compito eminentemente ri-educativo: leggiucchiando qua e là ricavo alcune informazioni ed impressioni:
-che il carcere non è un mondo "trasparente", ovvero è difficile per il comune cittadine rappresentarsi il carcere e la vita che vi si svolge per quella che è,farsi un'idea aderente alla realtà.
- che per il reale recupero dei carcerati occorrerebbero percorsi differenziati in relazione all'età e ai reati: quindi il lavoro è certo un punto importante, ma c'è anche il probelma del recupero dei tossicodipendenti, del recupero "clinico" di una buona percentuale di detenuti che soffrono di problemi psico-psichiatrici. (che serve,a costoro,di starsene in cella 24 ore al giorno).
-che per realizzare percorsi di recupero mancano operatori preparati e percorsi formativi adeguati.
-che l'edilizia carceraria è vecchia e risponde ai criteri di afflizione della pena e stop, secondo quanto era intesa la pena decenni orsono
-che in carcere ci si ammala e si muore e si viene ammazzati, forse molto più di quanto non si sappia all'esterno.
-che in carcere manca assolutamente il controllo del comportamento di guardie e direttori carcerari che possono fare qualsiasi schifezza certi dell'impunità
Mi sembra che,in generale, sia che si parli di pena di morte sia che si intenda in un modo particolare la "punizione" quel che manca, di base, è l'idea che chi ha commesso un delitto non cessa di essere un cittadino a pieno titolo (che piaccia o no..al singolo colpito direttamente da un reato)e,in quanto tale deve conservare i diritti alla dignità umana:anzi, vedersi riconosciuta quella dingità sostanziale al di là dei delitti commessi significa separare la persona dai suoi comportamenti e offrire,per questa via, l'inizio di quell'esperienza trasformativa di cui si è parlato.
Poi, certo, con una bella dose di cinismo ad effetto, possiamo sempre dire che è tutta utopia e fermare il mondo organizzandolo in base alla logica "del minore dei mali" e non rischiare di andare nemmeno un centimetro avanti rispetto al punto dove siamo.





