Cutrettola

   

 



Creative Commons License
This work is licensed under a Creative Commons Attribution 2.5 License.Questo blog non è da considerarsi un prodotto editoriale ai sensi della legge n. 62 del 7.03.2001
link
Albe
Ally
Argonauti
Briula
Camogli
Carmilla
Contenebbia
Crazycoloncafè
Edera
Educare.it
Educazione e scuola
Every blog
Fuoridiclasse
Golem
Idakrot
Il forum de "Il faro della vita"
Il forum degli studentidipsicologia
Il forum di Letture al femminile
Il forum di opsonline
Il forum di Psiconline
il forum di sara
Il sito di leo (scuola)
Indice
Letteratura
Liber liber
Malricci 1
Malricci 2
marietta
mestierediscrivere
Mosche volanti
Muntu
Naddia
nedda
noircafe
pedagogia: i due blog
Pedagogika
Prometeo
psychoanalysis
Racconti
raccontioltre
Sabina Guzzanti
Scrittura creativa
Sinestesie
Storia moderna
Tiscali blog
viaggi di alex
il mio archivio
oggi
luglio 2009
marzo 2009
gennaio 2009
novembre 2008
ottobre 2008
settembre 2008
agosto 2008
luglio 2008
giugno 2008
maggio 2008
aprile 2008
marzo 2008
febbraio 2008
gennaio 2008
dicembre 2007
novembre 2007
agosto 2007
luglio 2007
giugno 2007
maggio 2007
marzo 2007
febbraio 2007
gennaio 2007
dicembre 2006
novembre 2006
ottobre 2006
settembre 2006
agosto 2006
le mie categorie
adozione
affido
amore
auguri
belli
emozioni psiche
fatti&misfatti
film libri musica
hobbies
io&glialtri
scuola
senza il pollice verde
sfiga
società
tivvù&blog&altrimedia
università
vita
counter
*loading* visite



sabato, 18 luglio 2009
 

Vento

postato da ellea | 22:08 | commenti (1)


mercoledì, 15 luglio 2009
 

Felicità è un cucciolo caldo, caldo


Il 7 luglio sono andata a prendere Smilla, e io non ci sto più con la testa
postato da ellea | 23:16 | commenti
 

Felicità è un cucciolo caldo, caldo



Il 7 luglio sono andata a prendere Smilla, ed ho perso la testa per questo tesoro
postato da ellea | 23:13 | commenti


venerdì, 27 marzo 2009
 

Io non sono di nessuno

Già.
Dopo un inverno piuttosto difficile la primavera porta con sè delle conferme: c'è poco da fare io sono un individualista. Non c'è "appartenenza" che  non finisca per diventarmi stretta.

Sulla scuola, si sa, hanno preso a tirare venti foschi a partire dalla fine d'agosto della scorsa estate. Tira vento forte soprattutto sulla scuola elementare (o primaria che dir si voglia) .
La Gelmini, questa sconosciuta del nuovo governo Berlusconi, è rimasta in sordina fino ai giorni del solleone e poi si è scatenata in una crociata senza quartiere contro la scuola pubblica, contro gli insegnanti. Quest'ultimi sono rimasti a bocca aperta fino al suono della prima campanella, poi, giustamente hanno iniziato ad organizzarsi, ad affilare le armi, a studiare il come e il quando per arginare quest' offensiva inaudita le cui conseguenze ci sono ancora oscure.
E' stato il momento in cui non si poteva esitare, occorreva scendere in campo, schierarsi, farsi sentire. Cose che abbiamo fatto sostenuti dalle organizzazioni sindacali.
Sennonchè...a un certo punto la cosa ha iniziato a piacermi poco, sino a finire per non piacermi affatto.

Per capire il perchè occorre forse fare un inciso. Io ho sempre avuto l'impressione che gli insegnanti siano fragili e vulnerabili. Essere un insegnante non ha una definizione univoca. Si può essere diventati insegnanti in mille modi diversi, si possono vere alle spalle mille percorsi formativi differenti.
per esempio: nella scuola primaria è facile dire "maestra", ma quando lo si dice si può far riferimento all'insegnate di ruolo comune, a quella di religione, all'insegante di sostegno, alla specialista di lingua inglese. Tra le maestre di una classe ce ne può essere una laureata in giurisprudenza che insegna matematica, un'altra in scienze politiche  che insegna inglese, un'altra in lettere che insegna storia, una col diploma isef che insegna italiano...qualche precaria che si sta laureando in scienze della formazione e che magari il prossimo anno non lavorerà.Anche il reclutamento è avvenuto in modo diverso: c'è chi ha fatto un concorso, c'è chi non l'ha fatto ed è entrato "per legge", c'è chi è stata inserita nella scuola per nomina del vescovo.
Tutta questa varietà di percorsi non aiuta il formarsi di un'identità professionale chiara e riconoscibile e spesso a causa di questa varietà le singole tipologie di insegnanti si guardano in cagnesco perchè i reciproci interessi finiscono per confliggere e se questo accade finisce pure che gli insegnanti si facciano guerra l'un l'altro. Altro che solidarietà di categoria. Lo si vede quando escono le graduatorie interne per l'individuazione dei perdenti posto.Tutti sospettosi gli un contro gli altri a vedere come mai il tale sta sopra di me, il tal l'altro sta sotto di me ma incalza un po' troppo e così via.

La percezione di se stessi degli insegnanti elementari  è di persone a cui può tremare il terreno sotto i piedi da un momento all'altro. E forse è per questo che ogni nuovo ministro dell'istruzione  che viene eletto non si perita un momento a tirar fuori dal suo cilindro una magica riforma a ogni ministro sempre nuova e diversa.E così lo stuolo  insicuro e paranoico dei maestri trova il modo per solidarizzare, finalmente, unendosi di fronte al nemico comune.
Il nemico c'è, attualmente, indossa la maschera di una povera disgraziata di 35 anni che non ha saputo risolversi nella sua vita in altro modo che vendendosi a un paritito, accettando di fare la marionetta per un governo che la fa ciondolare di fronte a tutti  come un fantoccio contro cui tutti possono sfogarsi.

Queste dinamiche sono ben note al sindacato a cui appartengo il quale ha, in modo dannosissimo a mio modo di vedere, abbracciato la strategia del terrore. In questi mesi non ho fatto altro che essere raggiunta da bollettini di pericolo estremo anche in quei frangenti in cui ancor non si capiva che decisione avesse preso il governo. Per mobilitare le persone le si sfrugugliava nelle paure di base facendole sentire costantemente minacciate da un nemico potentissimo che avrebbero sconfitto solo seguendo il santo sindacato protettore.
Non è di insegnanti impauriti di cui ha bisogno la scuola, non è rinforzando queste paure che la si aiuta.
Una vera lotta la si deve fare al di là delle paure ma sostenuti dalla sicurezza della propria identità professionale. Come colossi dobbiamo marciare senza timori a testa alta consapevoli della forza delle nostre motivazioni e delle nostre competenze. Senza tremare perchè qualcuno ci ha agitato qualche spauracchio sotto gli occhi.

Il sindacato ha di fatto finito per  utilizzare la scuola per far cadere  il governo.
Io difendo la scuola e combatto il governo: ma separatamente, non voglio che si faccia confusione, non voglio strumentalizzazioni. Io voglio una vera politica scolastica, non un  interesse per la scuola come mezzo per raggiungere fini esterni alla scuola.
Io non sono uno strumento in mano al sindacato, io sono un insegnante che vuole difendere innanzitutto la scuola. Non mi faccio atterire dai proclami di morte del sindacato.

Io starò sempre fuori dal coro. Quest' inverno me ne sono accorta, non riesco proprio costituzionalemente a far parte di un gruppo, a pensare il pensiero del gruppo, ad agire in sintonia col gruppo.
Io sono mia e quando vedo qualcosa che non mi piace sto per conto mio.
 

postato da ellea | 22:06 | commenti (2)


giovedì, 22 gennaio 2009
 

Bau



Mi sto adoperando affinchè, a giugno, io possa ospitare a casa mia un cucciolo ..
auf
postato da ellea | 23:14 | commenti (3)


domenica, 16 novembre 2008
 

C'era una volta una bambina che non aveva né padre né madre e viveva nel bosco oscuro. Un villaggio sorgeva al limitare del bosco, e lei aveva imparato che là poteva comprare fiammiferi per mezzo penny e poteva rivenderli per la strada a un penny intero. Se ne vendeva abbastanza, riusciva a comprarsi un pezzetto di pane raffermo; tornava allora al suo povero rifugio nel bosco e dormiva tenendosi addosso tutti gli abiti che possedeva.
Arrivò l'inverno, e faceva molto freddo. Non possedeva scarpe, e il cappotto era talmente liso da essere trasparente. Aveva i piedi blu, con le dita tutte bianche; altrettanto bianche erano le dita delle mani e la punta del naso. Vagava per le strade e pregava i passanti di comprarle qualche fiammifero, ma nessuno si fermava e nessuno si curava di lei.Così una sera si mise a sedere e disse tra sé: "Ho dei fiammiferi. Posso accendere un fuoco e scaldarmi". Ma non aveva legnetti né ciocchi. Decise comunque di accendere i fiammiferi. E così, seduta con le gambe tese, strofinò il primo fiammifero. E subito parve che freddo e neve fossero svaniti come per incanto. Invece dei fiocchi di neve volteggianti nell'aria,vide una bella stanza con una stufa di ceramica verde scuro, con lo sportello di ferro ornato di volute.      

La stufa emanava tanto calore da far ondeggiare l'aria. Si rannicchiò vicino alla stufa e le parve di essere in paradiso.Ma d'improvviso la stufa svanì e lei si ritrovò seduta nella neve, tutta tremante, e per il freddo batteva i denti. E allora strofinò il secondo fiammifero e la luce cadde sul muro della casa accanto e potè improvvisamente vedere dentro. Nella stanza c'era una tovaglia candida come la neve che ricopriva una tavola, e sulla tavola c'erano stoviglie di porcellana del bianco più puro, e su un grande piatto c'era un'anatra appena sfornata, e proprio mentre stava per mettersi a mangiare la visione svanì
Era di nuovo nella neve. Ma ora le ginocchia e i fianchi non le dolevano più. Ora il freddo pungeva e bruciava lungo le braccia e nel petto, sicchè accese il terzo fiammifero. E nella luce del fiammifero vide uno splendido albero di natale, mirabilmente decorato con candeline bianche ornate di pizzo alla base, e belle palle di vetro, e migliaia e migliaia di puntini luminosi che non riusciva a capire che cosa fossero. E sollevò lo sguardo sull'albero enorme, e quello si sollevava sempre più in alto, finchè divenne le stelle del cielo sulla sua testa, e una stella attraversò sfavillando il cielo, e lei ricordò che la mamma le aveva detto che quando un'anima muore, cade una stella.
E d'improvviso dal nulla apparve la sua nonna, tanto gentile e affettuosa, e la bimba fu così felice di vederla. La nonna sollevò il grembiule e l'avvolse intorno alla bambina, se la strinse tra le braccia e la bambina provò felicità.
Ma la nonna prese a dissolversi. E la bambina accese un fiammifero dopo l'altro per riavere la nonna accanto a sé…un fiammifero dopo l'altro…e insieme presero a salire in cielo dove non faceva freddo, non si provava fame né dolore. La mattina dopo, lì tra le case, la bambina fu ritrovata immobile. Era andata via per sempre

I bei sogni, quando le condizioni di vita sono difficili, non vanno bene. in tempi duri dobbiamo avere sogni duri, sogni reali, quelli che, se ci daremo da fare, si avvereranno
L'allontanamento dalla fantasia creativa: la bambina vive tra persone che non si curano di lei. Quello che ha, i fiammiferi (l'inizio di qualsiasi possibilità creativa), non viene apprezzato. Stare insieme a persone vere che ci riscaldano è essenziale al flusso della vita creativa. Il nutrimento è un coro di voci, dal di dentro e dall'esterno. Tutte le donne hanno diritto a un coro di alleluja.
.Quando sono fuori al freddo, le donne tendono a vivere di fantasia invece che di azione. sono timide, e la timidezza spesso ricopre l'animo che muore di fame.
Il calore dovrebbe essere l'obiettivo principale della piccola fiammiferaia. Lei invece cerca di vendere i fiammiferi, la sua fonte di calore. Ciò che si deve fare al suo posto è non concepire il mondo fantastico che si crea accendendo i fiammiferi. Esistono tre tipi di fantasia. Il primo è fonte di piacere. Il secondo è l'immaginazione intenzionale. Il terzo porta tutto a uno stop, ostacola la giusta azione nei momenti critici. Sono fantasie che nulla hanno a che vedere con la realtà.
Per capovolgere la situazione dobbiamo portare le nostre idee in un posto dove trovino sostegno. Insieme al fuoco, trovare nutrimento.
Spesso le persone hanno idee bellissime. I progetti vanno alimentati. Hanno bisogno di un sostegno vitale - di persone calde. E' necessario muoversi, e non restare lì sedute. Dobbiamo fare qualcosa per trasformare la nostra situazione. Altrimenti ci troveremo in strada a vendere di nuovo fiammiferi.
Gli amici che vi amano e appoggiano calorosamente la vostra vita creativa sono il migliore sole del mondo.
La donna congelata, priva di nutrimento, tende a elaborare continui sogni ad occhi aperti, sul "come sarebbe se": un bel giorno…, se solo avessi…, lui cambierà…, quando sarò davvero pronta…, quando mi sentirò più sicura…, quando troverò un altro. Ma questa fantasia confortevole è una fantasia che uccide. E' una distrazione seducente e letale dalla realtà.
Alle donne nella condizione della piccola fiammiferaia l'iniziazione è andata storta. Le condizioni ostili, che fanno parte dell'iniziazione, non servono per approfondire ma per decimare. Gli archetipi di iniziazione femminile sono: dare la vita, il potere del sangue, così come essere innamorate o ricevere un amore che alimenta e nutre.
La freddezza suona la fine di ogni relazione. Per uccidere una cosa, basta mostrarsi freddi nei suoi confronti. Quando gli esseri umani vogliono abbandonare qualcosa che hanno dentro o lasciare qualcuno fuori al freddo, ignorano, abbandonano, se ne sbarazzano, e si allontanano per non udirne la voce né sfiorarne lo sguardo. Questa è la situazione nella psiche della piccola fiammiferaia. Essa gira per le strade e prega i passanti di comprarle i fiammiferi: offre la luce a poco prezzo, perché è bisognosa. Questo le costerà un'ulteriore perdita di energia. Porta la luce dall'abisso ma la svende in inutili fantasie: cattivi amanti, capi scorretti, situazioni di sfruttamento, scaltri complessi tentano la donna a fare queste scelte.
Quando la piccola fiammiferaia accende i fiammiferi per scaldarsi usa le risorse per fantasticare invece che per agire, usa la sua energia per qualcosa di effimero. Quando una donna non riesce più a sentirsi, allora una vita fantastica è molto più piacevole di qualsiasi cosa su cui possa posare lo sguardo. Il fantasticare è come una bugia: se si ripete si finisce per crederci.
La stufa rappresenta i pensieri pieni di calore, ma a un certo punto svanisce. Questo tipo di fantasia non può che bruciare la nostra energia. Ogni fantasia portata dai fiammiferi accesi si estingue, e di nuovo la bimba è nel gelo. Infine la nonna trascina la bimba nel sonno della morte, il sonno della compiacenza e del torpore.
E' molto meglio guarire dalla dipendenza della fantasia che restare in attesa, desiderando e sperando di essere risollevate dalla morte.
.

(dal libro Donne che corrono coi lupi)
postato da ellea | 15:01 | commenti (2)


mercoledì, 05 novembre 2008
 

Il mio dolore visto da fuori




Durante la mia prima psicoterapia ho avuto una depressione molto forte e seppure  riuscivo a nascondere ansia e dolore che mi attanagliavano, tuttavia quello che temevo si vedesse di più era una sorta di "alienazione", un intorpidimento della coscienza, della capacità di essere presente alle situazioni. Il buio della mia anima mi avvolgeva interamente e mi pareva davvero assurdo vedere che la vita palpitava intorno a me mentre dentro di me avevo un senso di morte profonda. D'altra parte, però, lavorare con i bambini mi ha aiutato tantissimo perchè ti caricano di energia vitale e ti buttano addosso una forte richiesta di attenzione e di affetto. Alla resa dei conti, il mio lavoro mi ha aiutata a scuotermi per una sorta di legge del contrappasso: tanto era esiccato in me ogni slancio vitale quanto era potente lo slancio vitale nei bambini che avevo d'intorno che non potevo non farmene contagiare.

Attualmente, da quando faccio analisi vera, non ho più avuto dei veri e propri crolli.La mia depressione serpeggia più o meno velatamente e continua ad essere il sottobosco del mio umore che però, in superficie, si è fatto più equilibrato e a tratti sereno. Una mia collega, conosciuta l'anno scorso, dopo avermi fatto alcune domande sulla mia biografia mi ha detto che lei,in effetti, aveva intuito che in me c'era una tristezza radicata, sotterranea. Il fatto che questo è ciò che trapela in un periodo in cui non sto a pezzi ..anzi, mi ha fatto un po' preoccupare, in definitiva.

Se devo ricavare da questo un segnale sulla mia analisi ho come l'impressione che la mia analista per il momento cerchi di costruire una situazione di pacata emersione dei dolori: li visitiamo soprattutto attraverso il lavoro sui sogni, ma ci andiamo in punta di piedi  con la consapevolezza che cercandoli li troveremo, quei dolori, e li ascolteremo. Niente scossoni o disperazioni,nessuna folgorante illuminazione; forse è ancora presto, forse c'è bisogno di questa atmosfera da temporale appena finito e da ricognizione della devastazione prodotta ma con la fiducia e la speranza che tutto si possa rasserenare..
postato da ellea | 20:54 | commenti
emozioni psiche


mercoledì, 15 ottobre 2008
 

Il decreto Gelmini decreta la fine del diritto allo studio dei  tuoi figli perchè...

 ...diminuirà il tempo scuola e aumenterà il tempo della solitudine, della televisione o dei videogiochi....

... aumenteranno gli alunni per classe

... con il maestro unico non sarà  più possibile formare piccoli gruppi di alunni per lo studio personalizzato

... i bambini non faranno più nè  viaggi di istruzione nè uscite didattiche

... il maestro unico tuttologo non sarà capace di fornire a tuo figlio una buona preparazione, adeguata alle moderne richieste di conoscenza

...le opportunità formative che la scuola oggi offre gratuitamente a tutti diverranno un privilegio riservato ad alcuni

Non ci sarà più una buona scuola pubblica delle pari opportunità per tutti
                                ma
ci sarà una scuola di scarso profilo culturale frequentata solo da chi non potrà permettersi le rette delle scuole private.
postato da ellea | 23:16 | commenti (2)


venerdì, 10 ottobre 2008
 

Michele Serra

La campagna per il ritorno alla maestra unica, al di là dei propositi contingenti di "risparmio", aiuta a riflettere in maniera esemplare sulle ragioni profonde delle fortune politiche della destra di governo, e sulle sue altrettanto profonde intenzioni strategiche. Sono intenzioni di semplificazione. Se la parola-totem della sinistra, da molti anni a questa parte, è "complessità", a costo di far discendere da complesse analisi e complessi ragionamenti sbocchi politici oscuri e paralizzanti, comunque poco intelligibili dall'uomo della strada, quella della destra (vincente) è semplicità.

La pedagogia e la didattica, così come sono andate evolvendosi nell'ultimo mezzo secolo, sono avvertite come discipline "di sinistra" non tanto e non solo per il tentativo di sostituire alla semplificazione autoritaria orientamenti più aperti, e a rischio di permissivismo "sessantottesco". Sono considerate di sinistra perché complicano l'atteggiamento educativo, aggiungono scrupoli culturali ed esitazioni psicologiche, si avvitano attorno alla collosa (e odiatissima) materia della correttezza politica, esprimono un'idea di società iper-garantita e per ciò stesso di ardua gestione, e in buona sostanza attentano al desiderio di tranquillità e di certezze di un corpo sociale disorientato e ansioso, pronto ad applaudire con convinzione qualunque demiurgo, anche settoriale, armato di scure.

In questo senso la proposta Gelmini è quasi geniale. L'idea-forza, quella che arriva a una pubblica opinione sempre più tentata da modi bruschi, però semplificatori, è che gli arzigogoli "pedagogici", per giunta zavorrati da pretese sindacali, siano un lusso che la società non può più permettersi. Il vero "taglio", a ben vedere, non è quello di un personale docente comunque candidato - una volta liquidati i piloti, o i fannulloni, i sindacalisti o altri - al ruolo di ennesimo capro espiatorio. Il vero taglio è quello, gordiano, del nodo culturale. La nostalgia (molto diffusa) della maestra unica è la nostalgia di un'età dell'oro (irreale, ma seducente) nella quale la nefasta "complessità" non era ancora stata sdoganata da intellettuali, pedagogisti, psicologi, preti inquieti, agitatori politici e cercatori a vario titolo del pelo nell'uovo. Una società nella quale il principio autoritario era molto aiutato da una percezione dell'ordine di facile applicazione, nella quale il somaro era il somaro, l'operaio l'operaio e il dottore dottore. Una società che non prevedeva don Milani, non Mario Lodi, non Basaglia, ovviamente non il Sessantotto, e dunque, nella ricostruzione molto ideologica che se ne fa oggi a destra, è semplicemente caduta vittima di un agguato "comunista".


In questo schemino, semplice ed efficace, la cultura e la politica, a qualunque titolo, non sono visti come interpreti dei conflitti, ma come provocatori degli stessi. Se la pedagogia "permissiva" esiste, non è perché il disagio di parecchi bambini o la legnosità e l'inadeguatezza delle vecchia didattica richiedevano (già quarant'anni fa) di essere individuati e affrontati, ma perché quello stesso problema è stato "creato" da un ceto intellettuale e politico malevolmente orientato alla distruzione della buona vecchia scuola di una volta. Insomma, se la politica è diventata un format, come ha scritto Edmondo Berselli, la sua parola d'ordine è semplificazione.

Per questa destra popolare, e per il vasto e agguerrito blocco sociale che esprime, la complicazione è un vizio "borghese" (da professori, da intellettualoidi, beninteso da radical-chic, e poco conta che il personale scolastico sia tra i più proletarizzati d'Italia) che non possiamo più permetterci, e al quale abbiamo fatto malissimo a cedere. Non solo la pedagogia, anche la psicologia, la sociologia, la psichiatria, nella vulgata oggi egemone, non rappresentano più uno strumento di analisi della realtà, quanto la volontà di disturbo di manipolatori, di rematori contro, di attizzatori di fuochi sociali che una bella secchiata d'acqua, come quella della maestra unica, può finalmente spegnere. La lettura quotidiana della stampa di destra - specialmente Libero, da questo punto di vista paradigma assoluto dell'opinione pubblica filo-governativa - dimostra che il trionfo del pensiero sbrigativo, per meglio affermarsi, necessita di un disprezzo uguale e contrario
-per il pensiero complicato
,
-per la massa indistinta di filosofemi e sociologismi dei quali i nuovi italiani "liberi" si considerano vittime non più disponibili,
-per il latinorum castale di politici e intellettuali libreschi, barbogi, causidici, che usano la cultura (e il ricatto della complessità) come un sonnifero per tenere a freno le fresche energie "popolari" di chi ne ha le scatole piene dei dubbi, delle esitazioni, della lagna sociale sugli immigrati e gli zingari, sui bambini in difficoltà, su chiunque attardi e appesantisca il quotidiano disbrigo delle dure faccende quotidiane. Già troppo dure, in sé, per potersi permettere le "menate" della sinistra sull'accoglienza o il tempo pieno o i diritti dei *beep* o altre fesserie.

La sinistra ha molto di che riflettere: la formazione culturale e perfino esistenziale del suo personale umano (elettorato compreso) è avvenuta nel culto quasi sacrale della complessità del mondo e della società, con la cultura eletta a strumento insostituibile di comprensione anche a rischio di complicare la complicazione... Ma non c'è dubbio che tra il rispetto della complessità e il narcisismo dello smarrimento, il passo è così breve che è stato ampiamente fatto: nessuna legge obbliga un intellettuale o un politico a innamorarsi dell'analisi al punto di non rischiare mai una sintesi, né la semplificazione - in sé - è una bestemmia (al contrario: proprio da chi ha molto studiato e molto riflettuto, ci si aspetterebbe a volte una conclusione che sia "facile" non perché rozza o superficiale, ma perché intelligente e comprensibile).
Ma la posta in gioco è molto più importante del solo destino della sinistra. La posta in gioco - semplificando, appunto - è il destino della cultura, degli strumenti critici che rischiano di diventare insopportabili impicci. Se questa destra continuerà a vincere, a parte il marketing non si vede quale delle discipline sociali possa sperare di riacquistare prestigio, e una diffusione non solo castale o accademica. Perché è molto, molto più facile pensare che l'umanità e la Terra siano stati creati da Dio settemila anni fa (cosa della quale è convinta ad esempio la popolarissima Sarah Palin) piuttosto che perdere tempo e quattrini studiando i fossili e l'evoluzione.
È molto più rassicurante, convincente, consolante pensare che le buone maestre di una volta, con l'ausilio del cinque in condotta e di una mitraglia di bocciature, possano mantenere l'ordine e "educare" meglio i bambini ipercinetici, e consumatori bulimici, che la televisione crea e che la propaganda di destra ora lascia intendere di poter distruggere, perché è meglio avere consumatori docili (clienti, come dice Pennac) piuttosto che cittadini irrequieti. È meglio avere certezze che problemi.

È molto più semplice pensare che il mondo sia semplice, non fosse che per una circostanza incresciosa per tutti: che non lo è. Il mondo è complicato, l'umanità pure, i bambini non parliamone neanche.
 Se le persone convinte di questo obbligatorio, salutare riconoscimento della complicazione non trovano la maniera di renderla "popolare", di spiegarla meglio, di proporne una credibile possibilità di governo, di discernimento dei principi, dei diritti, dei bisogni fondamentali, diciamo pure della democrazia, vedremo nei prossimi decenni il progressivo trionfo dei semplificatori insofferenti, dei Brunetta, delle Gelmini, delle Palin.

Poi la realtà, come è ovvio, presenterà i suoi conti, sprofondando i semplificatori nella stessa melma in cui oggi si dibattono i poveri complicatori di minoranza. Nel frattempo, però, bisognerebbe darsi da fare, per sopravvivere con qualche dignità nell'Era della Semplificazione, limitandone il più possibile i danni, se non per noi per i nostri figli che rischiano di credere davvero, alla lunga, al mito reazionario dei bei tempi andati, quando la scuola sfornava Bravi Italiani, gli aerei volavano senza patemi, gli intellettuali non rompevano troppo le scatole e la cultura partiva dalla bella calligrafia e arrivava (in perfetto orario) alla più disciplinata delle rassegnazioni. Cioè al suo esatto contrario.
postato da ellea | 21:01 | commenti


mercoledì, 08 ottobre 2008
 

Il perchè di un no


Sono una maestra di scuola primaria.Lavoro in un modulo di 3 insegnanti su due classi. Io ovviamente sono quella che non fa niente mentre le altre insegnano, e pertanto gravo come un parassita sul bilancio degli italiani.Sono una privilegiata.Ma per fortuna presto giustizia sarà fatta: poichè, tra le tre, sono quella entrata di ruolo più di recente, rischio più di altri i contraccolpi della riforma Gelmini. Vabbè.
Ma s'è capito davvero perchè ce l'abbiamo tanto contro il maestro unico? S'è capito che in ballo non ci sono solo questioni che riguardano la pagnotta?
Due cose soltanto, per spiegare.
La pluralità dei docenti non è utile solo,come si sente dire spesso, perchè oggi tra le materie da insegnare ci sono informatica , inglese ecc., non è questo che rende "complesso" l'insegnamento nella scuola primaria.

Per chi non lo sapesse,nella scuola priamaria le materie sono raggruppate in ambiti (linguistico, antropologico, scientifico) e ogni ambito è assegnato a un docente del team del modulo; se uno di loro ha anche la specializzazione all'insegnamento della lingua inglese potrà aggiungere tale materia al suo ambito.
Il vantaggio di una simile organizzazione è quello di potersi "specializzare" e acquisire particolari competenze ed esperienze nella didattica del proprio ambito.
In cosa consiste tale "competenza"?
Io credo consista di molte cose:
- in riferimento al bambino: una conoscenza della psicologia dello sviluppo che consenta all'insegnante di comprendere i modi in cui il bambino "costruisce" le proprie conoscenze in relazione alla sua età e al livello di maturità cognitiva che ha sviluppato .Ma per conoscere il bambino occorre anche sviluppare capacità di osservazione, di monitoraggio e di adeguamento del proprio lavoro a quei particolari bambini che si trovano in quella particolare classe.
-in riferimento alla disciplina: un insegnante deve coltivare a "livello adulto" i contenuti di ciò che insegna, deve conoscere l'epistemologia della disciplina : per questo è auspicabile che il docente non sia separato dall'università,si aggiorni, sappia cosa e come si studia nei luoghi deputati a far ricerca sulla disciplina che lui insegna. Altrimenti il suo aggiornamento rischia di dipendere unicamente dai libri di testo che finirebbero per farla da padrona sul modo di impostare contenuti e strutture disciplinari.
Anche alle elementari, ad esempio, si insegna storia lavorando sui documenti, aiutando i bambini a divenire capaci di ricostruire il quadro di una certa civiltà interpretando e ricavando informazioni dalle fonti storiche.Un lavoro del genere mette in moto una marea di abilità nel bimbo ( capacità di distinguere informazioni di vario tipo, classificarle, costruire mappe e schemi, produrre testi a partire da schemi , ecc. ecc.) abilità assai più complesse e articolate di quelle mobilitate dalla semplice lettura del sussidiario di storia. E' evidente che se una maestra dovrà insegnare non tre ma 13 materie non avrà certo modo di andare troppo per il sottile.La storia però non è sfilza di fatterelli e di date e di nomi, la storia è una ricostruzione critica e mai definitiva del passato elaborata in base a dei documenti, passibile di mutare se i documenti cambiano, se cambiano gli obiettivi della nostra ricerca, e se cambia il ricercatore poichè ognuno di noi vede le cose dal proprio particolare punto di vista: la descrizione di un'epidemia varia notevolmente se a eseguirla è un medico, se è un economista, se è un sociologo eppure ciascuno di loro fornisce informazioni utili allo storico. W lo spirito critico.
-in riferimento alla didattica. Io sono laureata in lettere, il che non mi rende automaticamente competente nella didattica dell'italiano nella scuola elementare. Forse, se sono una docente che s'interessa di studi italianistici e mi piace tenermi aggiornata nella mia disciplina ho antenne capaci di intercettare certi svarioni che propinano i libri di testo, che scambiano l'adattamento dei contenuti disciplinari ai bambini con una loro semplificazione eccessiva, o con la pura banalizzazione.
Per esempio: nella scuola elementare si studiano le "tipologie testuali" - e non solo l'alfabeto - si prova a individuarne i cosiddetti "elementi costitutivi" ma si dà occasione di imboccare dei gineprai, talvolta, dai quali si cavano difficilmente le gambe oppure le si cavano facendo degli svarioni da capogiro. Tipo definire il mito come" un racconto che fornisce una spiegazione fantastica dei fatti scientifici" che è quanto meno riduttivo.Una maestra che ha insegnato per anni matematica potrebbe tranquillamente bersi questa approssimazione...
e magari ficcare,involontariamente, nella testa dei bambini delle convinzioni che loro prenderanno per buone fino a quando non incapperanno in qualcuno che, magari a distanza di anni, gli distruggerà le sicurezze con le quali sono cresciuti. Ecco, magari il fatto di essere laureata in lettere, se sono una tipa che "coltiva la propria materia a livello adulto", mi potrà rendere avvertita di certe castronerie, ma non mi rende competente nella didattica dell'italiano.
Oggi a scuola se un docente pensasse che per insegnare italiano in classe basti partire dall'alfabeto si perderebbe una buona fetta di ragazzini per la strada. Oggi le nostre aule sono frequentate al 25% da bambini portatori di "bisogni speciali" , di difficoltà di apprendimento non certificate. E l'insegnante deve tenerne conto e adattare le proprie "strategie" alla varietà dei bisogni di apprendimento che deve fronteggiare nella sua classe. Metti, ad esempio, che in prima ci sia un bambino dislessico non certificato. Metti che quella maestra utilizzi, per l'insegnamento della letto-scrittura, il metodo fono-sillabico (questa è la "l", questa è la "a", questo è il suono "la", ecc. )è evidente che non volendo il dislessico è posto immediatamente di fronte alla sua difficoltà. Se invece imbocca la strada dell'educazione linguistica da un'altra parte, ovvero da quella della "comprensione di un testo", della ricostruzione in sequenza di una storia ascoltata, il dislessico avrà modo di esercitare le sue abilità logiche, arricchirà il suo vocabolario e avrà ricevuto gratificazioni che sosterranno la sua autostima quando dovrà comunque fare i conti con le sue difficoltà.
Ma non c'è bisogno di mobilitare i casi speciali. Un docente per essere competente deve conoscere il modo in cui insegnare la propria disciplina non snaturandola con eccessive semplificazioni, ma adeguandola ai cuccioli che si trova davanti.

Ecco che un maestro unico sarà per forza di cose meno efficace.

Un'ultima cosa riguarda la valutazione. Non c'è processo valutativo che possa dirsi "oggettivo" perchè il nostro punto di vista sul mondo è per forza di cose parziale. Tu pensa a un bimbo con una sola maestra la quale magari ha preso uno svariane didattico e non sia riuscita a calibrare il suo insegnamento sul tipo di intelligenza di Pippo. Magari Pippo è un visivo e apprende le cose per immagini, mentre la maestra ha un approccio "logico": magari Pippo non riesce bene a capire anche se basterebbe che la maestra  cambiasse solo il modo di presentazione degli argomenti, magari la maestra che ha 25 ragazzini mica ce l'ha il tempo di porsi troppe domande. La storia finisce che si crea la leggenda di Pippo che non capisce un tubo di matematica e della maestra di matematica che è una vecchia zitella acida.
Se a guardare a un bambino non è uno ma sono più d'uno, è molto più probabile che vengano colti aspetti diversi della sua personalità che a un solo occhio sfuggono. Il giudizio che si costruisce grazie al contributo di più osservatori ha senz'altro più possibilità di essere un giudizio meno viziato dalla soggettività.
postato da ellea | 22:24 | commenti (2)
scuola